Machiavelli in Siria

lug 17, 2012 by

Machiavelli in Siria

Sì, è proprio una brutta storia quella capitata all’inviato di Channel 4 Alex Thomson, che i ribelli siriani dell’ESL hanno praticamente mandato a morire -  per fortuna senza riuscirci -  solo per poterne addossare la colpa al regime di Assad. E ’ una storia vecchia, certo, dei primi di giugno. Ma il silenzio che l’ha avvolta, e le reazioni di sufficienza che continua a suscitare fra non pochi sostenitori dell’opposizione siriana – oggi, ad esempio, sulla pagina FB Vogliamo la Siria Libera -  a me fanno venire la pelle d’oca. Trovo infatti che siano il segno, unitamente ad  altre notizie che arrivano dalla  Siria, di un chiaro imbarbarimento di quella che per tanti mesi era stata una legittima sollevazione popolare. E su questo non si può più tacere. Inoltre, denotano  una concezione del ruolo dei media, o meglio: dell’uso che se ne può fare in aree di crisi o di guerra, che ormai va per la maggiore e su cui è forse il caso di riflettere.

Partiamo dal secondo punto. Grosso modo fino a una decina d’anni fa, erano i giornalisti dei grandi media mainstream  – oltre ovviamente ai Potenti della Terra – a decidere quali avvenimenti erano da trasformare in notizie da far circolare. Niente giornalisti, niente notizie. Oggi, invece, grazie sia alla Rete che alla Rivoluzione Digitale, ci sono sempre più governi, gruppi di opposizione, movimenti di guerriglia e di  opinione che provano ad influenzare l’agenda mondiale, e a conquistarsi i favori dell’opinione pubblica internazionale, producendo da sè l’informazione (ergo, la propaganda) che può supportarli. Oggi, infatti, chiunque è in grado di scattare foto, girare video oppure scrivere, per poi rivolgersi al mondo intero, in tempo reale, con buone possibilità di ascolto, se sa giocarsi bene le sue carte. Non è una novità da poco, è la nuova frontiera della War Information.

Se venti o trent’anni fa Ahmed Shah Massud, il  leggendario Leone del Panshir, aveva in un certo senso bisogno di Ettore Mo per provare a vincere la sua guerra in Afghanistan - e gli lasciava perciò una sostanziale libertà di movimento (e di opinione) -  oggi sia i ribelli siriani che il regime di Assad  gestiscono in proprio l’informazione sul terreno, utilizzando i giornalisti della stampa internazionale solo come  “buca delle lettere”, a supporto delle proprie attività di comunicazione. A chi si rifiuta di farlo non viene concesso il visto, oppure se ne limitano gli spostamenti (quando va bene).  Perchè in realtà gli unici giornalisti benvenuti sono i giornalisti amici, gli altri sono solo un intralcio e vengono considerati spie del nemico.

D’altronde non c’è bisogno dei giornalisti per arrivare su Facebook oppure su Youtube. E da lì si può combattere la propria guerra della propaganda in piena libertà, secondo la narrazione che più si addice al proprio schieramento.  E ovviamente con tutti i trucchi che le moderne tecnologie consentono - foto e video taroccati, ecc.. -  che solo pochi sono in grado di sgamare. E’ un attimo. Basta creare gli account giusti e a colpi di I Like si ottiene una platea e che non ha nulla da invidiare ai lettori dei media maistream, per di più ammaestrata. Quindi perchè continuare a rivolgersi alla stampa “indipendente”, che dà meno garanzie e crea più problemi? Al  giorno d’oggi è un optional che non ci si può permettere, se si vuole fare una rivoluzione o vincere una guerra.

Non so se i ribelli siriani abbiano letto Machiavelli. Certo, con l’avvicinarsi della resa dei conti stanno diventando sempre più cinici e disinvolti. La loro disinformazione ormai non è inferiore a quella praticata dal regime, aumenta il peso della componente salafita (e di conseguenza la deriva confessionale), viene meno anche il rispetto della popolazione civile – che spesso è ostaggio dei combattenti – e quindi dei diritti umani. E’ ora che anche i ribelli siriani si ricordino che il fine non giustifica i mezzi. Mai.

P.S.  Sembrano lontani anni luce i tempi della rivolta descritta da Jonathan Littel nei suoi reportage da Homs per Le Monde (da noi per Repubblica). Era invece solo qualche mese fa. I taccuini di quel viaggio, che fece conoscere a tutto il mondo la mattanza in corso in Siria, sono diventati oggi un bel libro - Taccuino siriano - ed è interessante notare come all’epoca i giornalisti della stampa internazionale venivano ancora trattati con un certorispetto. Evidentemente, più la guerra si fa guerreggiata, meno c’è bisogno di verità.

Aggiornamento del 2o luglio. Leggo oggi su SiriaLibano che secondo un’inchiesta del ministero della Difesa francese il giornalista Jilles Jacquier, morto ad Homs l’11 gennaio scorso, sarebbe stato ucciso da un colpo di mortaio sparato dai ribelli dell’ESL e non dall’esrcito di Assad, come erroneamente si era detto. Un’altra brutta storia, direi. 

{lang: 'it'}

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>