Mali: la vera posta in gioco (2)

gen 20, 2013 by

Mali: la vera posta in gioco (2)

Chiunque abbia frequentato il Mali e più in generale i Paesi del Sahel sa bene che da queste parti è meglio diffidare delle prime impressioni. Perché molte cose non sono affatto quello che sembrano ad uno sguardo superficiale. E’ come se il sole cocente e la sabbia del deserto che avanza si divertissero a creare dei miraggi, ammalianti quanto irreali, a cui solo i più attenti riescono a sfuggire. Nemmeno la guerra in corso, ed era prevedibile, sfugge alla regola. Per questo, a quanti abbiano voglia di capire cosa sta succedendo e perché, consiglio di leggere due rapporti dellInternational Crisis Group, un think-tank specializzato nell’analisi delle crisi politiche e nella prevenzione dei conflitti, assolutamente non sospettabile di essere al soldo di chicchessia.

Il primo è del 2005 e si intitola “Islamic terrorismo in the Sahel: fact or fiction?”, il secondo invece è stato pubblicato nel mese di luglio del 2012 ed ha come titolo:“Mali: eviter l’escalade”. A mio modesto parere si tratta di due testi fondamentali per capire perché si è giunti alla guerra in corso, quali sono gli attori in campo e qual è la vera posta in gioco. Alla luce di questi due Rapporti vanno però soppesate meglio le parole di Francois Hollande quando dichiara che la Francia resterà in Mali  “tutto il tempo che ci vorrà per sradicare la minaccia del terrorismo  islamista”. E per un motivo molto semplice: alla luce di quanto già successo in Afghanistan e poi in Iraq – dove l’intervento armato occidentale ha finito per creare più problemi di quanti ne abbia risolti – c’è il rischio concreto che la Francia e l’Europa si ficchino nell’ennesima trappola: ottenendo cioè un successo militare effimero, non duraturo cioè. innescando però un processo di destabilizzazione dell’intera regione saharo-saheliana, dagli effetti devastanti. Provo ad elencare i nodi di fondo, su cui solo un intervento politico – e non certo quello militare – può e deve provare ad incidere: 

1. I gruppi narco-jihadisti contro cui è stata scatenata l’offensiva francese operano in Mali da un decennio.E dispongono non a caso di “reti sociali” estese e ben collaudate, grazie ai proventi del narco-traffico e dell’industria dei sequestri, che costituiscono il loro core business. Non va inoltre dimenticato che a queste reti sono associati non solo importanti famiglie tuareg – è il caso di Iyad ag Ghali e del suo gruppo, Ansar Eddine – ma anche alcune milizie, arabe e non solo, installate in diverse località del nord del Mali  e, soprattutto,  pezzi importanti della burocrazia statale e militare maliana, entrambe corrotte fino al modello. Sono gli stessi – badate bene – che in questi giorni sventolano il tricolore francese e promettono una guerra senza quartiere  al terrorismo. E allora: siamo certi che uccidere o costringere alla fuga i 2-3 mila combattenti narco-jihadisti affluiti in Mali in questi anni sia sufficiente ad eliminare il problema? E ancora, il fallimento degli USA, che dal 2005 provano a contrastare il terrorismo islamico nell’area con i droni, gli aiuti militari e l’assistenza al governo di Bamako, non è un segnale allarmante, che avrebbe dovuto consigliare un approccio meno muscoloso e più diversificato?

2. Se il Mali è diventato negli ultimi dieci anni un vero e proprio  “santuario” dei narco-jihadisti – a differenza degli stati limitrofi – è  per l’effetto congiunto di più crisi che si sono sommate fino a provocare il collasso dello Stato: a) la storica “questione” del Nord tuareg, mai risolta e sempre più drammatica nei suoi risvolti sociali ed economici; b) la fragilità degli equilibri politici, il lassismo e la corruzione sempre più diffusa, che hanno prima azzoppato la democrazia ed hanno poi portato ad una progressiva deliquescenza dello Stato; c) gli effetti collaterali della crisi libica, gestita male dalla NATO, incurante del traffico d’armi e del passaggio di combattenti che c’era alla frontiera sud del Paese.  Sradicare il terrorismo islamico dal Mali vuol dire perciò affrontare sia il collasso dello Stato sia la questione tuareg. Non farlo condanna l’intervento armato all’insuccesso. Farlo richiede invece tempo e capacità di negoziazioni. Altrimenti finisce come in Afghanistan, nel 2001, con i talebani che preferirono dileguarsi e tornare alla vita civile salvo poi riorganizzarsi e tornare più forti di prima.

In un suo intervento sull’ultimo numero di Limes, lo studioso inglese Jeremy H. Keenan avanza un’ipotesi suggestiva, che può essere riassunta così: e se fosse tutta una trappola ma al contrario? Dice Keenan che Stati Uniti ed Algeria – chi cioè, più degli altri, in questi anni, ha monitorato il fenomeno - potrebbero aver provato a sfruttare il vuoto di potere che si era creato nel nord del Mali, favorendo la concentrazione dei combattenti jihadisti, attratti all’idea di creare un emirato islamico, per poi chiudere il sacco e farli fuori tutti. La Francia, in questa ipotesi, occuperebbe la ribalta, mentre la regia sarebbe dei servizi algerini, della CIA e del Pentagono. Non è un’ipotesi così assurda. E Keenan ha già dimostrato di vere buone fonti. Ma il problema è che la questione tuareg, così come la penetrazione salafita in Mali, hanno radici profonde. E non è eliminando le frange più combattive che si risolve il problema, una volta per tutte.

N.B. I mass-media mainstream continuano a parlare di Al Qaeda in riferimento alla guerra che si sta combattendo nelle sabbie del Sahel.  Chiunque abbia voglia di documentarsi sul serio scoprirà invece che non c’è nessun legame operativo fra i narco-jihadisti del Mali e l’organizzazione che fu di Osama Bin Laden. E non è una questione di lana caprina. Capire la struttura, le alleanze, le dinamiche di affiliazione di questi gruppi è infatti fondamentale per opterne contrastare l’azione. Purtroppo, invece, la retorica jihadista anti-occidentale è l’altra faccia della medaglia rispetto alla retorica anti-terrorista dei nostri governanti. L’una alimenta l’altra. E c’è il rischio che combacino anche gli interessi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1 Comment

  1. Siamo due associazioni che si occupano di fotografia e cultura. Nel caso specifico di cultura touareg e del sahel. saremmo interessati a contattarla personalmente in quanto stiamo organizzando la seconda edizione del festival Voci dal deserto, concerti, fotografia e parole sulla situazione in Mali.
    Poichè stiamo organizzando vari incontri nel merito, le chiederemmo se fosse possibile un colloquio prevedendo una sua partecipazione.

    Grazie dell’attenzione
    Ivano Adversi

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