Mali: guerra e politica

feb 2, 2013 by

Mali: guerra e politica

Sarà per via delle tempeste di sabbia che infestano in questi giorni la regione – sono micidiali e non c’è verso di sottrarsi, nemmeno se si porta la chechia  - ma ho paura che a Kidal le truppe francesi soffrano di una preoccupante miopia. Forse perché non vedono l’ora di andar via e di lasciare all’esercito maliano e alle truppe della MISMA le non poche gatte da pelare che ancora restano. Ma così facendo rischiano di aggiungere nuovi motivi di tensione a quelli già esistenti. Facendo il gioco dei narco-jihadisti e di quanti sull’instabilità del Nord del Mali hanno costruito la loro fortuna.

Non si capisce ad esempio secondo quale logica i francesi abbiano lasciato entrare a Kidal  i soldati maliani. I tuareg  non li volevano – onde evitare le inevitabili rappresaglie sui “pelle chiara” che in marzo li avevano cacciati a calci nel sedere – e una richiesta esplicita in tal senso era stata avanzata sia dal MNLA che dal neonato MIA. Ancora più assurda e stupefacente, se confermata, è la notizia che ad entrare siano stati gli uomini del colonnello Gamou, il leader cioè dei tuareg “lealisti”, che combattono con l’esercito di Bamako e che si oppongono ad ogni rivendicazione degli indipendentisti dell’Azawad, con i quali lo spietato colonnello – qui in foto – è in pessimi rapporti: personali, familiari e tribali.                                                        

E’ vecchia la querelle che oppone la città di Kidal al colonnello Gamou. Innanzitutto il colonnello appartiene alla tribù degli Imrad, mentre il grosso degli abitanti appartiene a quella,rivale, degli Ifoghas. Una vecchia rivalità lo oppone inoltre al capo spirituale di tutti i tuareg e alla sua famiglia, gli In Tallah,  schierata oggi con il MIA, il gruppo dei fuoriusciti da Ansar Eddine, che potrebbe avere un ruolo prezioso nello smantellamento di questo gruppo islamista e nella cattura del suo capo, Iyad ag Ghali. Infine, Gamou è da tempo sulla lista nera dei tuareg, per aver combattuto senza pietà la rivolta del 2006 e quella del 2012, prima di fuggire in Niger con 500 dei suoi uomini e un bel po’ di armi. Ce n’è abbastanza, insomma, per intorbidire gli animi e rallentare sia la messa in sicurezza dell’intera regione, sia l’avvio della riconciliazione nazionale, premessa per una soluzione politica al fallimento delle istituzioni del Mali.

“La Francia – ammonisce International Crisis Group in una nota pubblicata su Le Figaro – non deve cedere all’illusione di una vittoria militare totale contro il terrorismo in questa parte del continente africano..Una vittoria su AQMI non può che essere provvisoria se il pericolo viene semoplicemente esportato verso il Nord in Algeria o verso i confini della Libia e della Tunisia.”. “A brevissimo termine, aggiunge poi l’ICG - la priorità è di contenere i rischi di rappresaglie legati alla rioccupazione militare del Nord da parte dell’esercito maliano. Altrimenti, non solo verrebbe annichilita ogni speranza di pace inter-comunitaria ma si ricreerebbe un terreno favorevole per i gruppi criminali attivi nella fascia saheliana, che siano terroristi o semplici delinquenti”.

 

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