Mali: la lezione afghana

gen 24, 2013 by

Mali: la lezione afghana

Quando venne lanciata, il 7 ottobre del 2001, l’Operazione Enduring Freedom sembro’ una guerra già vinta in partenza. Facile facile. E invece, 12 anni dopo, non è ancora finita. Non sono infatti bastate tonnellate di bombe e migliaia di missili sganciati da Stati Uniti e Gran Bretagna su Kabul e le altre città dell’Afghanistan per aver ragione di Al Qaeda e dei talebani. Né ci sono riusciti le truppe della Nato che ne hanno ereditato il compito, nel 2003, con le forzeIsaf, ed hanno occupato il Paese con un grande spiegamento di forze. Non è servito a nulla. E l’Afghanistan che lasceranno i soldati della Nato, nel 2014, non sarà certo più libero e più democratico di quello di prima. Ma come mai italebani sono oggi più forti di prima, al punto che con loro si è obbligati a trattare? E come mai Al Qaeda ha sì perso il suo leader, Osama Bin Laden, ha sì subìto dei durissimi colpi, ma è ancora in grado di nuocere? Sono domande che dovrebbe porsi oggi la Francia, impegnata in Mali sul “nuovo fronte della guerra al terrorismo”, come un po’ troppo pomposamente è stata spacciata l’Operazione Serval. E le questioni su cui riflettere sono diverse:

1) I talebani, all’epoca, non ci provarono nemmeno a contrastare la pioggia di fuoco che gli Stati Uniti scatenarono contro di loro. E fecero la cosa più sensata: smisero il turbante nero che li contrassegnava e ne adottarono uno bianco, simile a quello di tutti gli altri pashtun. Come pesci, tornarono cioè a nuotare nell’acqua: confondendosi e mischiandosi con le popolazioni locali, ma soprattutto iniziando a lavorare nell’ombra per rinsaldare quelle reti sociali che ne avevano sostenuto l’ascesa e la presa del potere. Fu così che nel giro di qualche anno tornarono in auge, come e più di prima. Anche in Mali rischia di presentarsi uno scenario analogo: distrutte le roccaforti dei narco-jihadisti, eliminati o costretti alla fuga i combattenti più intransigenti, tornerà una calma solo apparente. Il tutto in un mare di sabbia che nessun esercito al mondo potrà mai controllare e dove i traffici – così come la penetrazione salafita – riprenderanno il prima possibile. A meno che non si affronti, una volta per tutte, la questione del Nord. E la si risolva.  Nel frattempo si cominci col tenere a bada le milizie armate dei “neri”, sonrhai, che hanno già cominciato a vendicarsi dei “pelle rossa” tuareg  (e arabi) del Nord. Ganda Koy, si chiamano queste milizie, signori della terra. E sono attive fin dagli anni ’90. Ed è un nome da tenere a mente, perché si faranno notare.

2. Serviranno comunque anni perché il Mali  torni ad essere uno stato unitario, con istituzioni degne di questo nome. Ma se i francesi nel frattempo pensano di poter esercitare una qualche forma di “protettorato”, sia pur mascherato, devono sapere – e lo sanno, lo sanno – che questa soluzione potrebbe rivelarsi un boomerang, in grado di creare più problemi di quanti nel risolva. Gli americani hanno imposto a Kabul Hamid Karzai ma l’hanno dovuto proteggere per dieci anni con i marines. Finirà così anche in Mali ?  A costo di attirarsi, non senza ragioni, le accuse di neo-colonialismo? E poi, si riuscirà ad evitare che l’assistenza militare e gli aiuti umanitari inneschino per l’ennesima volta la spirale della corruzione e del lassismo?

Ha ragione Barbara Spinelli, che su Repubblica di ieri, lamentava il fatto che non ci sia memoria delle guerre già fatte. Se ci fosse si eviterebbero tanti errori. E forse la Francia non sarebbe andata “bendata” alla sua nuova guerra d’Africa.

P.S. (Scritto il 25 gennaio, ore 07.20). Leggo su Le Monde l’intervista a un importante generale francese secondo cui la vera riconquista del Nord del Mali non potrà iniziare prima del mese di settembre. Perché abbia successo serviranno inoltre ben più soldati di quelli già previsti e che sono grosso modo 10mila, se si sommano quelli francesi e quelli della Misma, la missione interafricana. Si va dunque, ventre a terra, verso l’occupazione militare del Mali.

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