Mali: la vera posta in gioco

gen 18, 2013 by

Mali: la vera posta in gioco

In tempi di crisi, i media mainstream si aggrappano a tutto pur di vendere copie o per fare audience. E infatti sono giorni che ci bombardano con titoli a nove colonne sulla nuova minaccia terroristica di Al Qaeda in Mali e sul rischio di ritrovarsi un nuovo Afghanistan dei talebani nel cortile di casa. Ma è veramente così? Ed è questa la vera posta in gioco nel nuovo fronte, aperto dall’intervento della Francia, della lotta al terrorismo internazionale?  Infine, ed è la domanda cruciale, questa guerra va o no condivisa? Io ho diversi dubbi. E provo ad esporli.

1.  I tre gruppi jihadisti che operano nella fascia saharo-saheliana  e che sono entrati oggi nell’occhio del ciclone – AQMI, MUJAO e ANSAR EDDINE – non sono affatto riconducibili alla centrale storica di Al Qaeda, ubicata fra il Pakistan e l’Afghanistan. Fermo restando l’identica matrice islamista, sia la genesi che l’attecchimento sul territorio maliano di questi tre gruppi rimandano semmai ad un contesto di narco-terrorismo di tipo regionale, che di Al Qaeda sfrutta solo il brand e che, in realtà, è largamente condizionato (e infiltrato) dall’Algeria: unica, vera potenza regionale dopo la caduta di Gheddafi in Libia. Compromessi con i servizi segreti algerini risultano infatti i tre leader di questi gruppi, vale a dire Mokhtar Belmokhtar, Iyad ag Ghali e Abu Zayd . E non poche ombre si addensano sulle più spettacolari delle loro azioni, dall’inizio della decade in corso: non ultime quelle che hanno portato le katibe islamiste alla conquista del nord del Mali, a spese del MNLA, il movimento storico dei tuareg, laico. (Si legga al proposito qui).                                                                                               

2. Secondo tutte le stime disponibili, i tre gruppi dispongono di qualche migliaio di combattenti, 2-3mila, non di più. Si tratta di combattenti ben addestrati e ben armati, è vero, che hanno avuto tutto il tempo per acquisire una perfetta conoscenza del terreno.Ma è altrettanto vero che gli USA erano lì a monitorarli da anni, prima con la Trans-Sahara Counter-Terrorism Initiative (2005), poi con la creazione nel 2008 di Africorps,  un nuovo comando operativo insediato a Stoccolma e che proprio in Mali inaugurò le sue operazioni, con le manovre “Flintlock”. Come mai si è preferito mantenere il basso profilo sulle scorribande di questi gruppi terroristici? E perché non si è lanciato prima l’allarme? Cosa c’è dietro l’atteggiamento, apparentemente disinteressato, del Pentagono nei confronti della guerra in corso?

Invece che trastullarsi con gli scenari esotici che questa nuova guerra mette in mostra – la mitica Timbuctu, i mitici uomini blu – i mass media maistream farebbero bene a concentrarsi su altre questioni cruciali. La prima riguarda la “rendita del terrore”, come l’ha definita l’antropologo inglese Jeremy H.Keenan (di cui sarebbe bene leggere il libro The Dying Sahara). L’espressione è cruda ma perfetta per sottolineare l’intreccio di interessi che, dopo l‘attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, ha visto gli Stati Uniti allearsi in nome della lotta al terrorismo ( e ri-legittimare così la propria leadership) con una serie di Stati e di Dittatori , fra cui l’Algeria - ma il discorso riguarda anche Ben Ali in Tunisia, Saleh in Yemen o Mubarak in Egitto – i quali hanno operato sotto banco per creare uno “scenario terroristico” che garantisse loro finanziamenti ed armi a volontà. Se questa ipotesi fosse vera, andrebbero letti diversamente i ripetuti sequestri di occidentali avvenuti negli anni scorsi nel Sahel. Ed anche la conquista del nord del Mali da parte dei gruppi jihadisti, a scapito dei tuareg del MNLA, troverebbe una sua spiegazione meno banale. La guerra in corso, quindi, non sarrebbe – come si è affrettato a dichiarare al mondo il premier francese Francois Hollande – l‘extrema ratio per evitare che il Mali cadesse nelle mani di Al Qaeda ma un’operazione pianificata ad arte e dai risvolti un po’ più oscuri.

Non bisogna per forza essere dei complottisti anti-imperialisti per credere che si possano spingere dei gruppi terroristici a compiere azioni eclatanti che li espongano poi al contrattacco e, magari, all’annientamento. E’ già successo nella storia: l’ha fatto la CIA, più volte, e l’hanno fatto i servizi segreti algerini durante gli anni bui della guerra civile.  Tutte le guerre sono sporche, si sa. E anche questa non fa eccezione.   

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4 Comments

  1. Matteo

    Pensi che a questa situazione sia applicabile il modello di propaganda di Chomsky? Gli interessi commerciali e politici stanno diventando forti.
    Dal 2005 sono cominciate nella zona le ricerche di riserve petrolifere da parte di aziende come Eni, Selier energy e Sonatrach. In particolare l’algerina Sonatrach nel 2012 ha fatto pressioni perché si combattessero con più vigore i “ribelli”. La zona in questione sembra interessare molto per le potenziali riserve petrolifere ancora inutilizzate.
    Personalmente penso che il ruolo dei media in questa situazione sia molto più complesso di una ricerca immediata di audience.

    • admin

      Guarda, Matteo, a me la logica “economicistica” tanto cara al marxismo, secondo cui sono gli interessi materiali che determinano le guerre, non mi convince da tempo. Trovo molto più appropriato e funzionale l’approccio geo-politico. vale a dire le dinamiche di potenza (power) e la lotta per la supremazia. Per restare al nostro caso, è ovvio che le ingenti risorse minerarie dell’area saharo-saheliana – il petrolio, l’oro e, soprattutto, l’uranio del Niger – sono un bottino che convoglia le mire di molte potenze, occidentali e non solo. e delle loro big company. Ma in questa guerra è gioco anche dell’altro: vale a dire la ri-definizione dei ruoli e delle gerarchie di potenze, dalla Francia agli Stati Uniti, passando per l’Algeria. Quanto ai mass media, temo che non svolgano nessun ruolo da “quinta colonna”. Molto più semplicemente, chi è chiamato a scrivere di questi argomenti non ha il tempo la voglia oppure la competenza di andare oltre le “veline” ufficiali dei governi e degli Stati Maggiori. E’ la stampa, bellezza!

  2. Ho letto anche la seconda parte dell’articolo, una miniera di chiarificazioni.
    Assodato che AlQaeda è tirata in ballo a sproposito, mi risulta che Aqmi è una creatura di Al Zawahiri, pertanto funziona probabilmente come centro della galassia dei gruppi.
    Vorrei avere un chiarimento sull’Algeria, per la quale scrivi che condiziona/infiltra i gruppi.
    Finora ho pensato che è il Marocco ad avere interesse che essi esistano in forma di disturbo alla sicurezza dell’Algeria, vista la nota contrapposizione dei due paesi (con il Marocco sulle stesse posizioni della Francia) sulla questione dei Saharawi, Polisario ecc.
    Trovo strano il suo basso profilo che in questa circostanza. O forse non è così, è semplicemente il msm che non ne parla.

    • admin

      Aqmi è figlia del GSPC algerino, ha sempre avuto un’agenda jihadista “locale” piuttosto che internazionale ed è sempre stata sospettata di infiltrazioni da parte dei servizi algerini. Che infatti sono riusciti a spostarne il campo di operazioni nel nord del Mali – fuori cioè dai confini nazionali – e ne hanno spesso condizionato le azioni. L’Algeria resta inoltre la potenzia-chiave per capire quello che sta succedendo nell’area saheliana e come uscire da questa crisi: la sua ostilità rispetto al MNLA e più in generale rispetto alle rivendicazioni dei tuareg è nota da sempre – non bisogna infatti dimenticare che i berberi della Kabylie sono “cugini” dei tuareg – così come è nota la pretesa algerina di essere il dominus dell’area. Non a caso le autorità di Algeri sono state le prime (e uniche) a contestare l’intervento francese in Mali – parlando apertamente di “neo-colonialismo” – e la condotta dissennata nell’operazione di In Amenas – della serie: decidiamo tutto noi e che nessuno provi a intromettersi – ne è la conferma.

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