Mali: mo’ viene il bello…

gen 29, 2013 by

Mali: mo’ viene il bello…

Finora più che una guerra è stato una sorta di rally, in stile Paris-Dakar, con i blindati francesi e maliani lanciati a tutta manetta sulle piste di laterite rossa, a mangiar polvere ma senza rischiare nulla, perché il nemico si era nel frattempo dileguato. Una dopo l’altra sono così cadute prima Gao e poi Timbuctu, con grande gioia dei giornalisti, i quali, non potendo seguire la guerra da vicino, si sono consolati sfoggiando la loro erudizione, sulla “regina delle sabbie” e sugli “uomini blu” che ne sono la principale attrazione. Adesso inizia invece la guerra vera, una guerra maledettamente  asimettrica, in cui gli elementi di forza possono diventare debolezze.

Americani ed inglesi l’hanno già sperimentato sulle montagne di Tora-Bora, in Afghanistan, fra dicembre e gennaio del 2001, quando provarono a braccare Osama Bin Laden ed i suoi, per chiudere la partita aperatsi con l’11 settembre. Data la superiorità tecnologica e militare, sembrava un gioco da ragazzi. E invece non bastarono le bombe, sganciate a centinaia, senza badare a spese; né ci riuscirono le SAS inglesi, che mandarono sul posto ben 12 squadre di commandos agguerriti, che minarono una dopo l’altra tutte le grotte di Tora-Bora. Niente da fare. Di Osama Bin Laden si persero subito le tracce, e addirittura non si ebbe mai la prova che si fosse veramente rifugiato da quelle parti. Per catturarlo, non dimentichiamolo, ci vollero altri dieci anni.                                                  

Speriamo che facciano tesoro di questa lezione i generali francesi dell’ Operazione Serval. Perché adesso, riconquistate Gao e Timbuctu, le truppe franco-maliane dovranno dirigersi verso la città sperduta di Kidal, sulle cui montagne ai confini con l’Algeria – l’ Adrar degli Ifoghas - pare abbiano trovato rifugio i narco-jihadisti in fuga. Già la regione -l’ottava, secondo la divisione amministrativa del Mali - è fra le più inaccessibili del Paese: non ci sono strade asfaltate e manca tutto o quasi. Riescono a viverci solo i tuareg, quasi tutti della tribù degli Ifoghas, che proprio da Kidal hanno iniziato la loro ribellione, l’anno scorso. Ottenere il loro appoggio è fondamentale, per potersi impiantare nell’area e per non perdersi sulle montagne. Inoltre, ed è un elemento nuovo, da sfruttare, proprio a Kidal è maturata l’ultima scissione in seno ad Ansar Eddine, il gruppo islamista tuareg alleato di AQMI: ad abbandonare ed a fondare un nuovo gruppo, il Movimento Islamico dell’Azawad (MIA), disposto a combattere gli ex alleati narco-jihadisti è stato un pezzo da novanta: Alghabass Ag Intalla, che guidò la delegazione di Ansar Eddine ai negoziati (falliti) di Ouagadougou ed è inoltre il figlio dell’amenokal, il grande capo degli Ifoghas.

Ai francesi la scelta. Rivivere l’incubo di Tora-Bora, oppure cambiare approccio alla guerra. Certo, allearsi con i tuareg locali permetterebbe di avere informazioni preziose, decisive sui “santuari” islamisti fra le montagne. E servirebbe anche ad avviare quel processo di riconciliazione nazionale e di dialogo Nord-Sud che è necessario per ricostruire le istituzioni del Mali, oggi collassate. L’alternativa è di impantanarsi in un conflitto che potrebbe durare anni ed infiammare l’intera regione. Come in Afghanistan, appunto.

P.S. Sul sito de LA STORIA SIAMO NOI si può vedere un mio vecchio reportage sul Mali, “ALLA CURVA DEL FIUME”. E’ un reportage di viaggio, on the road, che nulla ha a che vedere sulla guerra in corso ma restituisce se non altro la magia di quei posti, che saranno militarizzati per chissà quanto tempo.  Questo il link.

 

 

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