Massacro sul Kyber Pass

apr 16, 2012 by

Massacro sul Kyber Pass

“Poichè risulta dai fatti recenti che la permanenza dell’esercito britannico in Afghanistan a sostegno di Shah Shujah èsgradita alla larga maggioranaza della popolazione afghana, e poichè il governo britannico nel mandare truppe in questo Paese non aveva altro scopo che l’integrità, la serenità e il benessere degli afghani, esso governo non desidera prolungare tale permanenza in quanto contraria allo spirito suddetto”.

A Barak Obama basterebbe sostituire due sole parole – americano al posto di britannico, e Hamid Karzai al posto di Shah Shujah -  per utilizzare questa dichiarazione del 1842 ed ufficializzare così la partenza delle truppe USA dal teatro di guerra dell’Afghanistan. A firmare quella resa fu l’inetto William Mcnaghten, comandante in capo dell’Armata dell’Indo con cui gli inglesi provarono invano a conquistare quel Paese, nel 1839, in quella che passerà alla storia come la prima delle tre guerre anglo-afghane . Due secoli dopo siamo ancora lì, con i cugini yankee degli inglesi impantanati da ormai dieci anni tra le gole dell’Indu Kush, incuranti  delle lezioni della Storia – che ha già consacrato l’Afghanistan in qualità di “cimitero dei grandi imperi” - e senza alcuna speranza concreta di poterne rovesciare il verdetto.

A tal proposito Obama e i suoi generali, più che provare ad arrampicarsi sugli specchi alla ricerca di un’exit strategy onorevole, farebbero meglio a studiare con attenzione Il grande gioco”, bellissimo libro del giornalista Peter Hopkirk, che alla guerre anglo-afghane dedica diversi capitoli, decisamente istruttivi e quanto mai attuali. Hopkirk racconta ad esempio che l’inizio della disfatta, nella 1° guerra (1839-1842), fu la diretta conseguenza dell’ostilità crescente che le truppe di occupazione inglesi finirono per attirarsi, in virtù dei loro comportamenti, giudicati blasfemi. Un po’ come capita in questi ultimi mesi, con le proteste contro i marines che hanno osato bruciare le pagine del Corano ed hanno oltraggiato, urinandoci sopra, il cadavere di alcuni talebani uccisi. All’epoca, non era poi così diverso. Kabul infatti era diventata una città gaudente, dove si poteva giocare a cricket, andare ai concerti, seguire le corse dei cavalli e praticare il pattinaggio. I soldati però se la spassavano soprattutto con le donne locali: al punto che negli acquartieramenti militari – dice Hopkirk – c’era “un andirivieni continuo“. Il problema è che gli afghani, ieri come oggi, sono gelosissimi dell’onore delle loro donne. E quanto accadeva a Kabul, coprendoli di vergogna, li spingeva alla vendetta. Che infatti puntualmente arrivò. Con gli inglesi prima assediati a Kabul e poi costretti ad una fuga precipitosa attraverso il Kyber Pass, una fuga che ben presto si trasformò in una disonorevole disfatta: erano partiti in 16mila - fra soldati, familiari e inservienti vari – ma solo uno fece ritorno, il dottor Brydon, ferito ed esausto, così come appare in un celebre dipinto dell’età vittoriana, Remnants of an Army (in alto, foto di copertina).

Diverse, troppe sono le similitudini fra ieri ed oggi. Leggendo Il Grande gioco si scopre anche che, così come gli americani – e noi con loro – sono andati in Afghanistan con l’idea di esportare manu militari la democrazia, allo stesso modo gli inglesi pensavano di portare il benessere e l’unità nazionale. Loro, gli inglesi, volevano spodestare un tiranno e insediarne un altro, più docile rispetto agli interessi della Corona; così come gli yankee volevano cacciare i talebani e insediare Hamid Karzai, uomo della Cia e delle lobby petrolifere. Infine, senza rendersi conto della doppiogiochismo in cui gli afghani sono maestri, gli inglesi hanno trattato con loro fino alla fine, rimettendoci tutto, anche l’onore. E gli americani, oggi, rischiano di fare altrettanto.

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1 Comment

  1. gio

    chi non sa la storia la impara a proprie spese

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