Morire per Kabul ?

gen 21, 2012 by

Morire per Kabul ?

Magari non c’è nessuna relazione di causa ed effetto fra il video postato su Youtube qualche giorno fa – in cui si vedono quattro marines americani che pisciano sul cadavere di tre talebani - e l’uccisione ieri di quattro soldati francesi a nord di Kabul, più una quindicina di feriti, per mano di un uomo che portava la divisa dell’esercito regolare afghano. Di sicuro però c’è un legame fra i due episodi, simbolico e non non solo, che vale la pena affrontare. Senza pregiudizi di sorta, ma anche senza retorica, di cui francamente, soprattutto in questa fase, non c’è bisogno.

Conviene partire da un rapporto commissionato dal Pentagono e pubblicato a maggio 2011. Si intitola “A crisis of Trust and Cultural Compatibility”  ed è una spietata disamina delle ragioni che hanno portato all’aumento esponenziali dei casi di fratricid murders commessi ai danni di soldati delle forze ISAF da parte di membri dell’esercito o della polizia afghana. Si tratta di una variante inedita del frendly fire, che ha fatto dal 2007  58 vittime – ad oggi il numero è salito ad oltre 70 – ed incide non poco sul numero delle perdite occidentali in Afghanistan: 564 solo nel 2011. Questi fratricid murders, inoltre, non sarebbero più un fatto isolato – spiega il Rapporto – ma rappresenterebbero una nuova “minaccia sistemica”, dovuta ormai alla crescente distanza che separa i soldati afghani dai soldati occidentali, percepiti come una forza di occupazione e ritenuti arroganti, ignoranti ed insensibili. Più passa il tempo, anzi, più la distanza cresce.

La prima considerazione che viene da fare è che questa fotografia, scattata non da una combriccola di pacifisti ma da un gruppo di scenziati e psicologi che lavora per l’esercito USA, fa decisamente a pugni con l’immagine edulcorata che i contingenti militari occidentali, fra cui il nostro, danno del loro impegno in Afghanistan. Da anni infatti non si fa altro che enfatizzare  l’approccio “umano” con cui ci si rapporta alla popolazione locale e si tessono inoltre le lodi delle forze di sicurezza afghane, da noi addestrate. Questo tipo di narrazione, che spopola sui media mainstream, è sapientemente orchestrata dall’alto – grazie all’efficienza degli uffici-stampa militari – ed è supportata da non pochi giornalisti, che si lasciano irretire ben volentieri e, pur di scrivere un articolo, sono disposti a raccontare qualsiasi storia venga loro suggerita. Dietro le quinte, invece, la realtà è ben diversa. Per ragioni storiche e culturali, innanzitutto, che rendono la nostra presenza da quelle parti inutile ed anche dannosa. Il merito di questo Rapporto è di non nasconderselo.

Fra qualche giorno, al massimo settimane, il Parlamento italiano dovrà approvare il Decreto Legge n.215 che proroga le nostre missioni militari all’estero. Per l’Afghanistan  sono stati stanziati quasi 800 milioni di euro, solo per il 2012.  Non sarebbe il caso di riaprire un dibattito politico serio? 

 

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