Non sono una spia (*)

apr 4, 2012 by

Non sono una spia (*)

(*) Un regalo di Andrea Ruggeri:

“Maledetta febbre, tremore. O è fifa (o tutte e due). Un gruppo d’insorti piombati come razzi sull’asfalto. Ho detto che ero un giornalista mi hanno urlato che ero una spia. Ho detto che il mio autista era solo un interprete, lo hanno trascinato dietro un muro. Ho sentito un solo colpo. Hanno detto che era una spia. Viaggiavo con il mio operatore di ripresa e tre free-lance. Sono stati fatti scendere e sdraiare faccia a terra, fine della telecamera. Una canna di AK47 miha consigliato di non muovermi, di stare seduto nella Toyota. Ho sentito della stoffa in testa, buio. Poi, ceffone. Erano tre pick up. E’ successo in un punto dell’africa anche abbastanza trafficato, su di una strada asfaltata, non nella foresta, non nel deserto.

Non sono una spia.  Ascoltatemi. Sono Ettore Blasich, giornalista embedded, inviato speciale accreditato in zone di guerra. Lo sapete come funziona no?: i militari ti fanno da balia, tu stai dietro le linee, spesso in albergo, poi ti chiamano a vedere qualcosa che è già successa, ti danno la versione dei fatti e tu fai il pezzo. Oppure è più spiccia: tu sei la loro versione ufficiale. Non esistono altre versioni. Ma io faccio il birichino: mi incontro con qualche free lance che embedded non è per niente, lui va a vedere da più vicino come stanno veramente le cose, torna, e se gli conviene, mi racconta. Poi decido se mettere quelle cose nel pezzo embedded oppure no, dipende. Ma, dovete credermi non sono con nessun network colluso che fa propaganda, non contribuisco a dare informazioni utili sulle intenzioni della controparte, non faccio parte di nessuna intelligence, non sono una spia. Ceffone. Non ha funzionato.     

 Stanotte sono entrati nel buco fetido dove mi hanno sbattuto, mi hanno puntato la pistola alla testa. Molto incazzati. Nessuno di quelli che hanno contattato vuole pagare un riscatto, forse il mio cadavere vale di più. Io allora ci ho provato: scriverò su di voi bellicosi guerrieri, sarò il vostro biografo, giorno dopo giorno avrete un addetto stampa coi fiocchi, che sa come accarezzare i nervi scoperti dei media occidentali. Se devo essere vostro prigioniero tanto vale che mi renda utile, che ne pensate? Ceffone. (o è questa febbre schifosa che mi sbatte la testa di qua e di là). Tra le parentesi della febbre, nel mezzo la febbre, ho poi definitivamente accertato che non sono più un giovanotto, sono un signore di una certa età provato da un sequestro brutale, appesantito dalla buona cucina, con il fiatone ogni volta che devo fare una corsetta. Per dissimulare questa mia ormai decaduta prestanza fisica (gliel’ho detto) ricorro ai soliti trucchetti, roba innocente. Insomma scherzetti: drammatizzo la scena, tarocco un po’ il contesto, vivacizzo il servizio. Non sono il solo, molti colleghi drammatizzano anche più di me, allora perché io? Cosa ho fatto di tanto diverso da tutto quello che gli altri già fanno? Non vi sarete incazzati per un po’di messa in scena, e intanto perché non mi date qualcosa che butti giù la febbre. Ok confesso. Io pago.

Pago perché scarichino caricatori verso un nemico inesistente, alla cazzo, a volte mi sdraio con il casco premuto con una mano e parlo alla telecamera a rasoterra un po’ sbilenca, alle mie spalle i fighter si riparano dietro un pick up e tirano raffiche (costa un po’ di più), oppure riprendo un prigioniero appena catturato, tento di intervistarlo ma vengo spintonato via (è una finta), questo dà la sensazione che non sia benvoluto e non ho paura di fare il mio mestiere, voglio la verità. Mica vi sarete incazzati per così poco? E’ un arrangiamento per l’audience, come fare gli stand up davanti a un’alta colonna di fumo che brucia da un bel po’, se avete una telecamerina vi faccio una ripresa al tramonto, in controluce tra le dune, vi drammatizzo anche voi miei eroi (no, no, era così per dire…). Ok, sono qui, e la situazione è veramente drammatica, sì, lo riconosco. Ma se mi avete fatto prigioniero vi servo vivo, confermate! Sapete benissimo come vanno le cose, bellicosi insorti. Lo sapete no che succede? Non confondiamo la spiata con l’arrangiamento.  Anche noi giornalisti abbiamo i nostri problemi di schieramento, anche noi rischiamo, concedetemi almeno questo. Commetti un errore di falsa sicurezza, credi che devi guardarti dai cattivi e tu sei dalla parte dei buoni, e muori per ingenuità per mano dei buoni. Lo sapete anche voi, che dovreste essere i cattivi (senza offesa s’intende). E’ vero, ho avuto colleghi che hanno fatto errori di copertura, ma quelli sono giornalisti per finta, sono “giornalisti” dell’intelligence del loro paese, si fanno accreditare presso le unità operative del nemico con la scusa di documentarne il punto di vista, muoiono perché li scoprono, oppure, quegli altri eroici, che si infiltrano clandestinamente senza accredito, e a quel punto li ammazzano perché sono illegali dalla parte degli illegali, e via dicendo.  Insomma non c’è mai pace, avete capito perché preferivo di gran lunga stare in albergo. Comunque io non faccio parte di nessuno di queste categorie, sono indipendente, obiettivo, embedded, tremo e sono allo stremo, è la febbre che non si stacca da queste coperte lercie.

Qualcuno urla il mio nome fuori dal cappuccio. “Ettore Blasich non sei un giornalista sei una spia!” Ceffone. No, non sono una spia, dovete credermi, non lo vedete sono solo febbre e sudore, che vi serve uno messo così…“Ettore Blasich qual è il tuo contatto?” Ma che cazzo dite, sono accreditato al 33° reggimento fucilieri, mi hanno dato anche il giubbetto e il casco, sono solo un travestito perdio e sto male da bestia, ho bisogno di medicine, c’avete una tachipirina? “Ettore Blasich avevi con te strumenti di telemetria, una mappa militare del 7° quadrante ovest, un crittato SD nel tuo satellitare e un binocolo per la visione notturna, come lo spieghi?” Non è mia quella roba, giuro che non è mia! “ Blasich, Blasich…”. Sì, è la febbre che mi fa sentire queste voci, adesso mi sveglio. Eppoi queste voci le conosco tutte, stiamo scherzando? Potrei dire i loro nomi, mi prendono per il culo. Maledetti stronzi ve la faccio pagare. Ceffone. 

E’ una notte di lampi, tuoni, luci accecanti, piove, le gocce crepitano su di una tettoia, ho freddo, (avete un tè caldo? No?)Non fatemi correre, voglio dormire. La pioggia punge, voglio stare al coperto, andate affanculo, lasciatemi in pace che non sono una spia. “Ettore Blasich! Ettore Blasich!” Non sono una spia! (questi non sono ne tuoni ne lampi. Granata! ) Via il cappuccio. “Calmati è tutto finito” Niente ceffoni. Abbiamo venduto bene la tua storia Ettore, sai la tua redazione è andata a nozze, un inviato speciale veterano, rapito in zona di guerra, il riscatto, la pena della famiglia, la Farnesina con la sua unità di crisi, i negoziatori, la stampa, i colleghi che ti ricordano, le forze politiche solidali. E’ stato pagato un riscatto? E chi lo sa. C’è stato uno scambio di prigionieri? E Chi lo sa. Nessuno sa niente ma sei libero. O casomai tutti sanno tutto, e tu non sei mai stato prigioniero, vero Blasich? Casomai non c’era nessun agguato, casomai non c’era nessun ribelle, e casomai nessuno è stato fatto fuori, forse qualcuno ha montato tutta questa storiella. Già perché sono io, mi riconosci, sono Saif, il tuo interprete, e guarda chi c’è con me, il tuo operatore di ripresa, i tuoi amici free lance, quelli a cui stai a ttaccato come una piattola.                                                                              

“Ciao Ettore come va?” Hai la febbre, già un po’ di delirio, ma adesso passa, perché in realtà non hai la febbre, sei solo drogato come un cavallo. Non male come messa in scena, su ammettilo. Adesso siamo noi ad aver fatto un pezzo su di te, e tutti si stanno chiedendo, ma Blasich è veramente una spia? Cosa avrà raccontato ai ribelli per rimanere vivo? Lo sai come va, c’è un legittimo dubbio nell’opinione pubblica, ci pensiamo noi, è il minimo che ti dobbiamo pezzo di stronzo.

Questa mattina mi sono svegliato male, sudato, ho fatto un sogno confuso, un maledetto incubo in cui non mi potevo fidare di nessuno. Il mio interprete si è presentato puntuale alle sette davanti all’albergo, abbiamo preso il Toyota, undici chilometri più avanti c’erano quei tre sciagurati ad aspettarmi per l’appuntamento con gli insorti, li ho caricati. Poi non ricordo più niente.   (ANDREA RUGGERI)

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