Nordisti e Sudisti in spiaggia (*)

ago 1, 2012 by

Nordisti e Sudisti in spiaggia (*)

(*)   Autore: Gaetano Cappelli             Fonte:  Il Corriere della Sera del 28 luglio 2012 

“Doveva essere la prima estate senza i Beatles, quella del ’70, visto che l’Instant Karma di John&Yoko strepitava dai juke-box e, nella piazza d’un paesino del Sud, la mia grande grossa famiglia meridionale stava stipandosi in una 1100 color lampone, una 600 pistacchio e una 850 alla crema. Come riuscissimo a entrarci tutti e ventuno dentro quelle tre vetturette, adesso proprio non riesco a capirlo. Diciamo che i nostri genitori avevano vissuto la guerra ed erano abituati a ben altro che a starsene spremuti in sette in auto che potevano contenerne cinque al massimo, e già in affanno. Meta del viaggio: Focene, il posto dove Fellini aveva girato la scena finale de La Dolce Vita, quella col mostro marino arenato sulla battigia. Lì, per la prima volta nella mia esistenza terronica, sarei venuto in contatto col bel mondo «internazionale» — oltre alla massa di romani, un buon numero di alto-italiani e, più in generale, stranieri — per venirvi a conoscenza, tra l’altro, delle varie forme della vita in spiaggia e i suoi rituali. Va subito detto che fra noi e i figli dell’Urbe non si rivelarono poi chissà quali differenze cosicché, nella comparazione incrociata che farò della giornata-marinara tipo, li includerò nella categoria «Suddisti»; tutti gli altri, va da sé, andranno sotto la voce «Nordisti».

Orario d’accesso alla spiaggia                                             
Suddisti: prestissimo perché vuoi mettere l’aria che si respira la mattina! Questo nelle intenzioni, perché il Suddista che andava al mare, in quegli anni, giammai vi arrivava con meno d’una dozzina di accoliti. A parte la moglie, i figli e i fidanzati delle figlie, non potevano mancare all’appello la mamma e la suocera, senz’altro vedove, ma nemmeno la nonna e la cugina zitella, orba o zoppetta. Per mettere insieme tutte queste anime, si perdeva smadonnando la propria e, se non erano le undici, ma diciamo pure le dodici, allo stabilimento non si vedevano che i Nordisti, lì spiaggiati ormai da quattro e più ore insieme alle loro piccole silenti famiglie, già all’epoca con non più d’un figlio immatricolato.
Ci lumavano all’arrivo, i Nordisti, dai fogli del giornale — oggetto a noi misterioso — col giusto grado di fastidio, per il chiasso dei nostri infanti, i bambini meridionali, diciamocelo, oltre a essere numerosi come cavallette, bene ne rappresentavano la corrispondente piaga biblica; ma anche noi grandicelli non scherzavamo. Ricordo che un po’ me ne vergognavo e, per darmi un contegno, mi schermavo dietro L’uomo a una dimensione pur non capendoci una mazza; adesso però lo so che non era colpa mia: è che l’uomo a una dimensione semplicemente non è mai esistito. Molti anni dopo sarebbe venuto Bourdieu a spiegarci come invece siamo divisi in tribù, ma già allora bastava paragonare i Nordisti pallidi e compassati che, unti di creme ad alta protezione, continuavano a leggere o chiacchierare flebilmente sotto i loro ombrelloni, ai miei cugini e lo zio-giovane playboy, che appena sul posto, si munivano di ogni e più chiassoso passatempo da spiaggia — tamburelli, clic clac, mangiadischi — con quelli dandosi da fare nel modo più invadente con le Nordiste, prima di correre, spesso insieme alle medesime, strepitando come foche tra i flutti improvvisamente agitati. Ma era niente rispetto a quello che sarebbe successo all’ora di pranzo.

L’incompatibile pausa pranzo
Era allora che le differenze venivano fuori in tutta la loro più totale assoluta incompatibilità. I Nordisti: massimo all’una, estraevano dai loro contenitori termici frutta fresca o focaccine e sandwich che aristocraticamente sbocconcellavano, sorbendo acque minerali immancabilmente piatte, al massimo concedendosi una birretta. Noi Suddisti li soppesavamo con disprezzo, solo aspettando che abbandonassero le loro postazioni. Poi con la rapidità degna d’uno squadrone d’assalto, vi si sistemavano tutte le sedie e i tavolini reperibili nella classica tavolata meridionale, su cui esponevamo zuppiere immense di supplì e peperoni fritti e quelle tortiere di pasta al forno e parmigiana e agnello che erano state tra i motivi del ritardo mattutino — andava pur cucinata tutta quella roba! — che con gran soddisfazione ci strafogavamo, ingurgitando bottiglioni di Idrolitina e Spuma rosa e vino, in verità, piuttosto scadente. Quando tutto questo finiva, diciamo intorno alle quattro, ci abbandonavamo alle visioni della pennica: ah, meraviglia! ah, godimento! in quelle ore incantate da cui, più o meno al tramonto, ci svegliava solitamente una canzone.

Il nostro happy hour
C’era sempre infatti una chitarra, sennò un mangiadischi, nei paraggi e allora noi Suddisti, ormai unici padroni della spiaggia, ci riunivamo e cantavamo e ballavamo, mentre venivano serviti i liquori più à la page tipo: Anice Moccia, Sambuca Molinari, Amaro Lucano… ecco, ma se sostituite quelli con i mojito e le caipirinha e i gin fizz oggi d’ordinanza, e le chitarre e i mangiadischi con gli amplificatori di qualsiasi bar alla moda, cosa si ottiene? Ma l’happy hour, no? E se a questo affianchiamo il vezzo dell’ora tarda, non risulterà forse che la vita in spiaggia, come la si concepisce oggi, non è che un’ulteriore invenzione dell’ineguagliabile creatività meridionale?                                                                                              
Solo qualche raccomandazione: non esponetevi troppo al sole, né dimenticate una buona crema ed evitate le grandi abboffate come, già allora, insegnavano i Nordisti.

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