Not in my name

nov 5, 2011 by

Not in my name

Non c’è più solo il rullare dei tamburi. Ormai Israele e i suoi alleati occidentali hanno cominciato a ballare. Ed è una danza di guerra che va fermata subito, prima che si passi all’azione. Perchè non è affatto detto che l’Iran rappresenti oggi una minaccia concreta. E poi perchè con questa  scusa si vuole, molto più cinicamente, rompere l’isolamento in cui Israele si è cacciato negli ultimi anni – da solo, però, per colpa di Benjamin Netanyahu e delle sue scelte scellerate – rinviando per l’ennesima volta la soluzione che tutto il mondo chiede dell’annosa questione palestinese, giunta ormai a un punto di non ritorno.

Intanto si aspetta. martedì, la pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’AIEA, che dovrebbe fare il punto sul programma nucleare di Tehran e sulle eventuali minacce che comporta. Ma dall’agitazione che trapela a Gerusalemme  – così come dalle indiscrezioni già emerse sulla stampanon è da escludere che ci siano elementi tali da giustificare l’allarmismo di Isreale e dei suoi alleati, Stati Uniti e Gran Bretagna in primo luogo.  

Solo che è come la storia del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Dipende cioè da come si vorrà interpretare il rapporto. Sotto la presidenza dell’egiziano Mohammed El Baradei, cioè fino al 2009. l’AIEA aveva privilegiato il dialogo con l’Iran e si era ben guardata dal favorire conclusioni affrettate e letture approssimative. Col risultato che, nonostante i continui controlli e le ispezioni, anche a sorpresa, l’Agenzia non era mai stata in grado di riscontrare scorrettezze gravi nel dossier nucleare civile iraniano. che infrangessero cioè i protocolli del Trattato di Non Proliferazione Nucleare e giustificassero quindi un intervento della comunità internazionali più pesante delle “sanzioni” già varate da Stati Uniti e Unione Europea. Pare invece che oggi, sotto la presidenza del giapponese Yukiya Amano, l’AIEA sia molto meno conciliante con le autorità iraniane. Ma dubito che nel Rapporto possano esserci elementi tali da certificare – si, certificare, altrimenti si resta nel campo delle congetture – violazioni talmente gravi da giustificare addirittura una guerra preventiva. I miei dubbi sono condivisi anche da fonti dipomatiche. E non a caso leggo sul Corriere della Sera di oggi che ben tre ex-capi dei servizi segreti israeliani concordano con questa linea di prudenza: secondo loro l’Iran non è ancora una minaccia, Ahmadinejad non è Saddam Hussein e una eventuale guerra provocherebbe “disastri per un secolo”.

Puzza, infine, in questa storia, una curiosa coincidenza. E’ di appena un mese fa la notizia di un presunto complotto ordito da Tehran per uccidere l’ambasciatore dell’Arabia Saudita a Washington. Ne ho parlato in un post che ho titolato Il Nemico Perfetto. I media mainstream diedero molto risalto alla notizia, salvo lasciarla poi cadere, senza aver mai portato le prove. Adesso la storia torna in auge, come una ciliegina sulla torta.

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