Parla Romano Prodi

nov 28, 2011 by

Parla Romano Prodi

“Ho incontrato diverse volte Muammar Gheddafi ed ho perciò molti ricordi di lui. Fra cui non pochi momenti di imbarazzo, legati alle varie occasioni in cui mi è capitato di dover assistere ai suoi show pubblici, anche in Libia, terribilmente carichi di retorica, in stile arabo. Ma come sempre accade quando qualcuno è morto, adesso prevalgono in me i ricordi positivi, quelli più dolci. Uno in particolare. Andai a trovarlo a Sirte, per una visita di commiato, dopo la caduta del mio governo, nel 2008. Mi ricevette nella sua tenda e non parlammo mai di politica, visto che non ero più un uomo di potere. Fu comunque un colloquio affabile. E quando mi accompagnò fuori fummo attorniati da un centinaio di piccoli cammelli, appena nati. Era la stagione dei parti. Fu l’ultima volta che vidi Gheddafi”.

Romano Prodi è stato il leader politico europeo che ha lavorato con più continuità, pazienza e soprattutto  determinazione allo “sdoganamento” di Gheddafi, dal 1998 al 2004, tirando fuori la Libia dall’isolamento internazionale in cui era finita dopo il duplice attentato nei cieli di Lockerbie e del Teneré e il pesante embargo imposto dagli Stati Uniti. Per questo accetta oggi di parlare del leader libico ucciso a Sirte il 23 ottobre scorso e del futuro delle relazioni fra Libia e Italia. E ne aoprofitta per denunciare con forza l’assenza di una politica estera italiana, in Libia come negli altri paesi del Mediterraneo, in una fase peraltro cruciale delle cosiddette “primavere” arabe.

D. Presidente, l’Europa sembra latitare rispetto ai sommovimenti sulla sponda Sud del Mediteraneo. Perché?
R. “L’ho già detto e voglio ripeterlo. L’Europa soffre oggi di incoscienza. Ci limitiamo ad applaudire alle Primavere arabe, senza  muovere un dito per aiutarle. Come se potessimo permetterci di essere semplici spettatori. Dov’è finita, mi chiedo, la nostra intelligenza politica? Riusciamo solo a trovare i soldi per far le guerre? Ma veramente chi conosce un po’ l’Egitto può pensare che bastasse mandar via Mubarak per instaurare ipso facto la democrazia? La situazione è disperata, c’è al Cairo una radicalizzazione crescente, legata a diversi fattori, e noi ci limitiamo a dire “bravi, viva le primavere arabe”. Assurdo. Non c’è stata nessuna delegazione europea ad alto livello che sia andata in Egitto. E non è stato varato non dico un Piano Marshall ma quanto meno un più modesto piano di aiuti, che possa contribuire ad affrontare l’emergenza economica. Cosa aspettiamo?

D.Forse la crisi dell’euro-zona impone in questa fase altre priorità…
R. E chi l’ha detto? Secondo lei abdicando alla politica estera – che serve, non dimentichiamolo, a preparare il nostro futuro – diamo forse sollievo alle nostre angosce economiche? E’ un discorso che vale soprattutto per l’Italia, che in questo momento non ha una politica estera. E’ come se avesse rinunciato. E quando incontro esponenti politici della sponda Sud del Mediterraneo è tutta una litania: “E l’Italia? - mi chiedono – Dov’è l’Italia”? Eppure, questi sono Paesi in cui  non possiamo non essere presente: per vocazione, innanzitutto, e poi perché siamo il primo o secondo partner commerciale. E’ così per Egitto, Tunisia, Libia, Siria, Iran. Noi non possiamo restare indifferenti alle turbolenze che agitano quest’area. E invece manca la capacità di elaborare una politica di largo respiro. Guardi che non servono grandi cose, non ho manie di grandezza. Conosco bene la forza e la debolezza del mio Paese. Quello che gli altri ci chiedono è di fare da perno per un dialogo. E bisognerebbe almeno provarci. Invece l’Italia è del tutto assenti. Mancano le proposte e manca la presenza.

D. A proposito di turbolenze, per Gheddafi è scoccata l’ultima ora dopo che aveva rinunciato alle sue armi di distruzione di massa. E’ stato attaccato quando non aveva più mezzi di deterrenza. Non pensa che questo possa costituire un precedente pericoloso?
R. Questo è un problema serissimo, su cui mi sono giunte non a caso diverse sollecitazioni, da parte di esponenti politici internazionali non certo di seconda fila. Che penseranno ora gli iraniani, ci si chiede, oppure i nord-coreani? Dopo la fine che ha fatto Gheddafi, che negli ultimi anni aveva collaborato con l’Occidente, smantellando i suoi arsenali, questi due Paesi – e mi limito a questi due – saranno più propensi ad abbassare la tensione con l’Occidente, oppure vorranno alzarla? La mia paura è che gli avvenimenti recenti in Libia possano spingere sia Iran che Corea del Nord su posizioni meno concilianti, fino ad estraniarli dalla comunità internazionale. Sarebbe un danno enorme.

D. Un altro segnale inquietante che arriva dalla Libia è la decisione di non consegnare il figlio di Gheddafi, Seif el Islam, alla Corte Penale Internazionale. Come giudica questa scelta?
R.  E’ una linea comuni a molti stati, che vogliono affermarsi facendo giustizia da soli sul proprio passato. Oltre alla Libia c’è il Sudan. Ed altri seguiranno. Penso che la Corte Penale Internazionale debba ancora acquisire una sua forza, una sua autorevolezza, che al momento non ha. È inutile nasconderselo. E però c’è un problema, che non va trascurato. Va bene cioè fare giustizia, ma non dobbiamo dimenticare che le sentenze di questi tribunali possono dividere i popoli e i Paesi, con conseguenze tragiche per milioni di persone. La giustizia, dunque, è certamente una cosa importante; ma un’idea astratta della giustizia non serve, non aiuta.
Quanto a Seif el Islam, io l’ho conosciuto abbastanza bene, ma quand’era uno studente. Un timido studente, direi. Non molto diverso dai miei. Ma questo non vuol dire nulla. E i discorsi che ha pronunciato in questi mesi ce l’hanno mostrato sotto una luce molto diversa.

D. Lei è stato il leader europeo che sdoganò Gheddafi, nel 2004,. Cosa la spinse? E soprattutto, se n’è poi pentito?
R.  Io avevo di Gheddafi un’idea molto precisa. E ne parlai con Clinton già nel 1998, prima che arrivassi alla Presidenza della Commissione Europea. Gli dissi che bisognava riflettere sul problema della Libia, che a mio avviso costituiva un buco nero piazzato pericolosamente nel Mediterraneo. La mia ossessione derivava dal fatto che Gheddafi era da anni un trouble maker  in tutta l’Africa subsahariana, in cui seminava guerre, drammi e divisioni. Era un portatore di instabilità. E non potevamo più permettercelo. Quando perciò capii, da fonti diverse, che anche Gheddafi era stanco di giocare al “bambino cattivo”, mi misi all’opera per tentare un approccio. Volevo riaprire il dialogo, ma solo a certe condizioni. A patto cioè che Gheddafi chiudesse i contenzioni ancora aperti, su Lockerbie e sulle armi di distruzione di massa. Prima incontrai suo figlio Seif el Islam, a Ginevra, poi nel 2000 incontrai Gheddafi al Cairo. Gli dissi che ero pronto ad organizzargli una visita in Europa, se lui avesse preso le decisioni che gli chiedevo. Il 26 dicembre del 2000 Gheddafi mi chiamò a casa per farmi gli auguri di Natale e fui ancora più esplicito: “Chiudi subito il contenzioso su Lockerbie – gli dissi – e vedrai che la posizione della Libia si sbloccherà immediatamente”. Un mese dopo, in gennaio, arrivò l’annuncio che l’accordo fra Stati Uniti, Gran Bretagna e Libia veniva trovato. A quel punto, però, giustamente, anche i tedeschi e subito dopo i francesi vollero negoziare un accordo con i libici, sull’attentato alla discoteca La Belle e sull’aereo fatto esplodere nel cielo del Teneré. Ricordo che Chirac stesso mi disse: “I morti francesi non possono valere meno degli altri. Anche noi vogliamo che ci sia un nuovo e più forte atto di riparazione”. E così il capo di gabinetto di Gheddafi ed un mio stretto collaboratore cominciarono a far la spola prima con Bonn e poi con Parigi. Parallelamente, Gli Stati Uniti riuscivano a convincere Gheddafi a rinunciare alle sue armi di distruzioni di massa. Così si arrivò alla famosa visita di Gheddafi a Bruxelles. Una visita che venne molto osteggiata dai mass media britannici. Ma solo per qualche giorno. Perché subito arrivò la richiesta da parte di Francia, Germania, Spagna, Portogallo e Grecia di riaprire ufficialmente i nostri rapporti con la Libia. Ecco, è così che si arrivò allo sdoganamento di Gheddafi. Alle condizioni che avevo auspicato io.

D. Ci fu un altro affaire con la Libia su cui il suo lavoro dietro le quinte risultò prezioso. Mi riferisco al caso delle infermiere bulgare, scoppiato nel 1998 e risolto solo nel 2007. Il successo di quella mediazione andò però al presidente francese Nicolas Sarkozy…
R. Fu una storia dolorosissima. Anche perché in quella vicenda non c’era alcuna possibilità di dialogo con le autorità libiche. Eppure le accuse erano a mio modo di vedere del tutto inconsistenti: le infermiere erano palesemente innocenti e l’infezione di HIV, che aveva colpito 400 bambini, si era propagato per colpa dell’inefficienza delle strutture sanitarie libiche. Volli mediare lo stesso, perché l’affaire rischiava di compromettere il riallaccio delle relazioni fra la Libia e l’Europa, per via delle proteste della Bulgaria, che all’epoca stava negoziando il suo ingresso nell’Unione. Cominciò così una trattativa lunga e difficile, di cui però sono orgoglioso, soprattutto per i risvolti umani che ebbe. Mandai subito i miei collaboratori a Bengasi, organizzammo il trasferimento in alcuni ospedali italiani ed europei dei bambini che erano stati infettati, avviammo un dialogo con le loro famiglie, e pazientemente, giorno dopo giorno, giungemmo ad un accordo che potesse sbloccare la situazione, con la conseguente liberazione delle infermiere bulgare. Iniziai questa mediazione  quando ero Presidente della Commissione UE e lo finii da Presidente del Consiglio, nel 2007. Ricordo che era già pronto a Ciampino il nostro aereo che doveva andare a riprenderle, quando sopraggiunse un problema di politica interna italiana (nd,r. L’inchiesta Why Not del giudice De Magistris, che coinvolse alcuni collaboratori di Romani Prodi) e dovemmo rimandare tutto. Passò qualche giorno di troppo e le autorità libiche finirono per rivolgersi ai francesi, che accettarono di buon grado. Fu cos’ che il 24 luglio del 2007 Cecilia Sarkozy  sbarcò a Tripoli e si riprese le infermiere bulgare, osannata da tutta la stampa internazionale.

D. Quindi l’Italia fece tutto il lavoro e la Francia se ne prese il merito?
R. Beh, sì. Capita spesso, quando un Paese è diviso. Ma la politica estera richiede un lavoro lungo, di piccoli passi. E incidenti del genere ci possono stare. Inutile recriminare.    

D.  Senta, Presidente. Un’ultima domanda. La Libia si è liberata di Gheddafi. Ma cosa succede adesso?
R.  Gheddafi non c’è più ma restano la Libia e il popolo libico. Così come resta il problema dei rapporti, non solo economici, fra l’Italia e la Libia. Ma purtroppo su questo terreno siamo spiazzati. C’è bisogno di ricostruire con intelligenza e con il necessario coinvolgimento dei due popoli il filo del dialogo. Senza dimenticarsi della difesa della dignità e degli interessi italiani in Libia. Non sarà però facile riprendere il posto che occupavamo prima degli ultimi avvenimenti. Perché i rapporti di forza, ora, sono cambiati. Per adesso siamo spiazzati.”     
 * Questa intervista è parte integrante del mio documentario-inchiesta “Muammar Gheddafi: Tutti i volti del Potere”, che ho realizzato per la trasmissione “La Storia siamo noi” e che andrà in onda MARTEDI’ 29 NOVEMBRE alle ore 23.30 su RAI 2.  Un estratto dell’intervista è su Repubblica del 28 novembre.

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