Pelle nera, Occhi azzurri e Sangue blu
All’inizio pensi di avere le allucinazioni, dovute magari all’altitudine (2800 mt) oppure alla lava secca. Poi ti abitui e semmai chiedi lumi. Perchè la curiosità è troppa. Com’è possibile – balbetti, con la timidezza del forestiero che non vorrebbe essere inopportuno - che nel cratere di un vulcano, in Africa, ci sia un villaggio i cui abitanti hanno la pelle scura, i capelli biondi e gli occhi chiari, come questo bambino nella foto accanto? La risposta la trovi nel cognome che portano quasi tutti, quassù: Montrond. E dietro scopri una storia che da sola vale il viaggio, comprese le ossa rotta e la polvere che hai mangiato sul cassone del pick up.
Tutto comincia nel 1860 quando il conte Armand de Montrond decide di lasciare la natìa Francia – pare fosse ricercato dai flic per un duello finito male – e finisce nell’isola di Fogo, a Capo Verde. Il nostro vorrebbe un passaggio in nave per il Brasile, ma nell’attesa riesce a consolarsi con 12 mogli, che gli sfornano nel giro di quarant’anni più di cinquantina di eredi, c’è chi dice cento. Di certo i Montrond, in ossequio alle leggi di Mendel, esibiscono un meticciato fra i più originali: pelle nera(oppure olivastra) e sangue blu, vale a dire capelli biondi e occhi chiari. Impossibile, dunque, non riconoscerli. Anche perchè, all’inizio del ’900, la famiglia si trasferisce nel cratere del vulcano ancora attivo che sormonta l’isola, dove la terra è resa fertile dalla cnere lavica e il microclima è unico al mondo. Nasce così Cha das Caldeiras, il viallaggio dei
Montrond, che conta oggi 1000 anime, costrette sì a una vita dura – senz’ acqua nè elettricità -ma a cui non rinuncerebbero per nessuna ragione al mondo. Nemmeno per le eruzioni del vulcano, che sono periodiche e fanno danni seri, l’ultima volta nel 1995.
Passeggiare nel cratere dà una sensazione unica. Come stare in un enorme grembo lunare. Cenere e lava sono dappertutto, a creare degli strani giochi di luce. Di lava sono fatte le case e le strade, con la cenere si concimano gli orti e anche le vigne, da cui si produce il Manecon, un vino fortissimo e corposo, che è un po’ il nettare del vulcano. Dà subito alla testa. E forse è per questo che l’immagine che più mi è rimasta impressa è quella di un biliardino, malmesso ma forse ancora funzionante, che campeggiava in mezzo al nulla, proprio al centro del cratere, a metà strada fra i due agglomerati di casa di cui si compone Cha das Caldeiras. Ho sempre pensato che fosse il simbolo giusto nel posto giusto. Ma non saprei spiegarne il perchè.











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