Perché vado in Siria

set 23, 2012 by

Perché vado in Siria

Quando mi chiedono “Ma chi te lo fa fare?”  giuro che non riesco mai a rispondere. E annaspo. Un po’ perché sono allergico alla retorica buonista sul “Dovere” giornalistico, un po’ perché non è chiaro nemmeno a me che senso ha rischiare la pelle per lavoro. E allora preferisco schernirmi e buttarla sul ridere. Con la promessa, scaramantica, di riparlarne semmai dopo, al ritorno.

Riflettendoci adesso, dopo tanti anni – come si diceva una volta – di “onorata carriera”, beh, direi che le ragioni per cui si va da giornalisti in una zona di guerra sono tante. E non tutte confessabili. Non mi riferisco ai tanti che ci vanno solo per farsi inquadrare da una telecamera con una bella  pashmina al collo (e costruirsi comodamente una carriera), oppure  per giocare all’embedded fra soldati armati fino ai denti che ti parano il culo e ti propongono solo dei giri turistici. No, parlo di chi rischia tutti i giorni la pelle in prima linea, solo per scattare una foto, girare un video, oppure per rendersi conto di quello che è la guerra, quella vera, che è fatta di orrori indescrivibili, che ti segnano dentro e da cui non sempre ti riprendi. E’ questo, lo so, il mestiere vero - ca va sans dire - ma so anche che chi sceglie questa strada si porta dentro una bella bella dose di incoscienza. Lo spinge – ci spinge – l’adrenalina, che viene dalla consapevolezza e dall’emozione di sentirsi nel cuore della Storia, lì dove c’è un avvenimento che sta cambiando il corso del Mondo. Questo almeno è quello che mi dico. Ma non è tutto.

Per reggere infatti – e per continuare a fare questo mestiere – temo che servano anche un ego un po’ ipertrofico e una maledetta voglia di protagonismo: il piacere cioè di sentirsi  al centro dell’attenzione (e delle preoccupazioni), del proprio pubblico di lettori o radio-telespettatori. Non lo dico per criticare nessuno, se non me stesso. Per aver rischiato troppo, a volte, e senza un valido motivo, con conseguenze (a volte) di cui non posso certo vantarmi. Saperlo – o meglio: averne la coscienza – mi ha aiutato in altre occasioni a fare meglio il mio lavoro, con umiltà e senza troppe inutili esibizioni di coraggio.                                                        

Non so quanto di tutto questo c’entri con la mia scelta di andare in Siria, fra qualche giorno.  So però che la conta dei morti, ad Aleppo e non solo, non si ferma. Eppure l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sembra scemare, per quello strano effetto di “saturazione” che condanna i media ad essere spesso inutili. Era così anche durante l’assedio di Vukovar e di Sarajevo. Ed è giusto opporsi. Andare e testimoniare. Parto con tanta voglia di fare, portandomi in testa la frase – assai poco retorica – con cui Marie Colvin, la giornalista americana uccisa ad Homs  nel mese di febbraio, motivò la sua scelta di partire: “Qualcuno dovrà pure andare laggiù, a vedere quello che succede”.  

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7 Comments

  1. Mariangela

    Stai attento e in bocca al lupo.. tanta solidarietà.. ma forse ci sono già abbastanza video che testimoniano le porcherie che succedono. Non è forse meglio rimanere al sicuro e provare a fare pressione dall’interno? Ho perso un carissimo amico meno di 2 settimane fa, Tamer Alawam, siriano, regista di documentari, nonché scrittore, giornalista, attivista. Di video ce ne sono tanti, facciamo qualcosa di diverso. A quanto pare non è la visione di morti e sofferenze che cambia l’opinione comune, anzi. Ci stiamo abituando a vedere violenza e morte. Non deve essere la normalità. Questi video finiranno per non scuotere più nessuna coscienza. Agiamo in maniera diversa. Salviamoci, innanzitutto, e continuiamo a rimanere vivi per poter parlare al posto di chi sta già morendo lì.

  2. eleonora

    Ciao, ti mando un grande in bocca al lupo!!!!!!
    E volevo chiederti una cosa….e’ una cosa molto IMPORTANTE, e so che forse con quello che fai li in Siria, forse non e’ attinente…ma te lo chiedo lo stesso…FORSE PUOI FARE QUALCOSA.
    C’e’ una bambina in Siria, rapita dal padre siriano alla madre italiana, da 9 mesi quest’uomo non da piu’ notizie certe sulla vita della bambina di nome Houda Emma, tranne un messaggio in cui chiede un riscatto di 300 mila euro per riportarla, lei e’ cittadina italiana, e lui non ha neanche la patria potesta’. I media qui in Italia ne stanno parlando in questi giorni…e’ stata avvertita’ anche l’Interpol, ma per ora nessun risultato, da mesi non si muove piu’ niente.
    La pagina Facebook si chiama RIDIAMO LA PICCOLA HOUDA EMMA ALLA SUA MAMMA la madre si chiama ALICE ROSSINI.
    Si sa solo che la famiglia di lui e per cui anche la bambina stanno ad ALEPPO.
    FORSE e dico FORSE…..tu puoi fare qualcosa, spargere la voce tra i tuoi colleghi, alla Croce Rossa, o comunque dare un po di risalto alla storia…naturalmente prendendo prima tutte le informazioni possibili, tramite la madre.
    Lo so sto’ chiedendo molto, anche troppo, e tu hai il tuo lavoro da fare laggiu’, ma Alice e’ disperata, sua figlia e’ ogni giorno in pericolo di vita, (come tanti bambini e innocenti in Siria).
    Se non e’ possibile fare niente, ti ringrazio lo stesso tantissimo per aver letto questo messaggio, e ti auguro tanta fortuna.
    Eleonora Medetti.

  3. Benedetta

    Caro Amedeo,
    ho letto e riletto qs post più volte e conoscendoti un pò so che ciò che ti spinge a fare quello che fai è anche una grande passione e una grande sete di conoscenza.
    Calamandrei diceva:”ci sono uomini che credono nell’armonia delle cose e si rifiutano di vedere la realtà come un intricato e buio groviglio..e ci sono uomini che invece scorgono i frantumi del mondo e si piegano su di essi cercando di assolvere l’umile ed umano dovere del capire…”
    Io ti auguro di trovare nei frantumi di una guerra così cruenta la verità di ciò che sta accandendo e di poter assolvere l’umile ed umano dovere del capire…
    Torna sano e salvo..io ti aspetto!!!!
    Un abbraccio affettuso

  4. salvo la barbera

    è esattamente cosi anche per me!!!

    • admin

      grazie Salvo, per queste poche parole. Dette da te, che fai il mio stesso lavoro, non sai che conforto mi danno! E mi permettono anche di “raffreddare” un po’ i toni che sembrano prevalere in alcuni commenti, che apprezzo – com’è ovvio – ma che mi sembrano “mitizzare” la nostra professione. Nel mio post ho messo le mani avanti, scrivendo che non credo nella retorica del “dovere” che affligge il giornalismo nostrano quando parla di se stesso. Allo stesso modo non credo nella mistica del “coraggio” che viene appiccicata agli inviati di guerra. Quando mi capita di parlare in pubblico del mio lavoro dico sempre che, dal mio punto di vista, ci vuole molto più coraggio nel salire su un’impalcatura a 30, 50, 100 metri, con (per di piu’) il misero stipendio da muratore. E aggiungo anche che non è stato il medico ad ordinare a me o ad altri di andare in Siria, in Cecenia oppure in Somalia. Quindi: che nessuno si lamenti, che nessuno si pianga addosso, e che nessuno si atteggi ad eroe. Non è il nostro caso. Se ho scritto questo post è per onestà intellettuale, un valore spesso negletto (e mistificato) ma in cui io continuo a credere davvero. Anche se a volte costa fatica.

  5. Orlando

    Ma come!!!??? Proprio adesso che a Milano ci sono le sfilate di moda?

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