Persi a far niente

nov 29, 2012 by

Persi a far niente

Autore:  Andrea Ruggeri

” (dalla presentazione del libro Freak Fakes, di Arturo Magnani – Aula Gambi, Dipartimento di discipline storiche, antropologiche e geografiche, Università di Bologna – trascrizione* a cura di Piero Blavatsky)

* A tratti il prof. Magnani è parso assente, si sono verificati episodi riconducibili a più fasi di transe, e momenti di confusione ablativa (non riportati). Le parti in cui il prof Magnani parla con altra voce più giovane, attribuibile al figlio Attila, sono segnalate in asterisco/corsivo nel testo.

 *Testa di cazzo…

 …nella mente ho la limpida voce di Attila.                      

Sono il padre di Attila ed Emma.

Per mestiere ho indagato popoli.

Etnologo.

Definizione breve, scusate.

Oggi, a distanza di diversi decenni, la presentazione di questo mio libro offre l’opportunità di un bilancio filiale e insieme scientifico, l’ho scritto non per manifestare testimonianza della mia carriera, diversamente per infliggermi le ferite di un’omissione sistematica, e mi sono fatto una ragione: indagare popoli primitivi è odiernamente cosa in disuso e malvista.

Ho raggiunto questa convinzione con un po’ di ritardo, comunque spero che Freak Fakes ponga se non rimedio almeno una spiegazione… studiare una tribù isolata era un’esperienza splendente come il bagliore di un razzo sparato nel cosmo. Narrare una cultura irriducibile alle civiltà maestre ha avuto per me, per lungo tempo, l’effetto di aver carpito qualcosa del divino… a quei tempi tale onnipotenza era accademicamente incoraggiata…

C’è da dire che i miei figli deridevano questo mio status, secondo Attila ed Emma ero solo vittima del mio isolazionismo, e loro insistevano d’esserne testimoni.

Devo confessare che i testimoni mi accollai l’obbligo di censurarli, ero persuaso che avrebbero contaminato la purezza del resoconto, i colleghi sanno di cosa parlo, appuntavo quotidianamente di tribù decimate, e di quanti statisticamente sarebbero sopravissuti, fino a prevedere l’agghiacciante giorno in cui la morte dell’ultimo esemplare puro avrebbe significato la morte di un’intera cultura tribale.

Diversamente, i miei figli e i loro consimili erano seriamente intenzionati a mettersi in mezzo, dico proprio in mezzo, nel senso fisico del termine, e divenire l’agente scatenante per la curiosità di ogni isolato dinnanzi alle meraviglie di un progresso a lui ignoto.

Per Emma e Attila l’umanità incontattata aveva bisogno di un salutare elettroshock. Erano fans del cortocircuito.

Evidentemente non avevano misura della mia sfida, io ero tout court considerato la testa di cazzo che resisteva a ogni richiesta d’osservazione non configurata come solitudine dell’indigeno. Colui, impegnato a difendere con ogni mezzo a disposizione il sentiero della scienza da chi era sprovvisto d’invito ufficiale.

                        La ritenevo una bella mission, scusate c’è un altro che…

 *…Papà, potrebbe anche essere così, quel che c’è da dire su di me ed Emma è perso nel niente.

Testa di cazzo? Non prenderla male, nulla conferma l’esistenza di questi cenciosi comparsi di straforo nelle tue foto di popoli esclusivi. Come mai eravamo lì prima di te? E chi lo sa. Ci hai censurato? E chissenefrega.

A differenza di te mica dovevamo lasciare storia al suolo. Sereno, va tutto bene, noi siamo fuori dall’accademia, fuori dalle righe della prosa elegante. Solo gente tra i coglioni, senza pass scientifico, lì a cazzeggiare con i tuoi nativi nell’istante del tuo irripetibile contatto con l’Altro, figurine ribelli all’album e alla colla, provi a incasellarle sulla pagina, proprio sopra la didascalia corrispondente, ma loro si staccano e cadono di taglio nel tombino della tua scienza umana. Ti ha sempre tirato scemo non poter incollare, incasellare, ordinare. Non eravamo la concorrenza. Non ci interessava rovinarti i resoconti etnografici. Taroccavamo i tuoi oracoli senza chiederti permesso? Pazienza, impossibile completare l’album con noi…

 Dove eravamo?… Ah sì… ho passato un bel po’ a farmi stupide domande… questi figli, i loro consimili, perché me li trovavo sempre tra i piedi in ogni remoto contesto?

Avevano un piano? Attila forse non l’aveva, però era animato da un’inclinazione truffaldina, era uno che ai popoli tentava di appioppare quello che già sanno facendogli credere che non lo sanno, e quello che non sanno come parte integrante di quello che sanno.

C’è stato insomma un periodo un po’ paranoico, credevo si dedicasse allo spionaggio, forse un’organizzazione l’aveva ingaggiato allo scopo di destabilizzare rare popolazioni per condurre abominevoli esperimenti.

Un collega israeliano della Hebrew University mi aveva anche messo in guardia: di solito i sabotatori li cercano tra i giovani, sono l’ultimo anello della catena terroristica, quelli addestrati a sopravvivere il minimo possibile e al massimo odio per l’obiettivo.

Già, ma qual’era l’obiettivo?…scusate…

 *Scusa l’interruzione… noi avevamo zero obiettivi, niente pippe in comune con i viaggiatori che hanno inventato le vostre letterature, che più colti e avventurosi sono, più invadenti sono. Su di noi niente biografie. Siamo evaporati al cielo, papà, senza dar vita nemmeno ad una nuvoletta. Mai stati buona materia per un pezzo figo, solo vite azzurre scondite da ogni voglia di scriverci sopra, puro via vai e piantine senza nord, un fritto misto di piedi sporchi e di vociazze, come un esperimento sonoro commissionato da un’azienda di frullatori, pippe, confronto alle vostre belle impaginazioni antropologiche sugli splendidi luoghi primitivi guastati. Non ce n’è mai fregato nulla delle autenticità in pericolo. Questo pericolo l’hanno inventato i sospettosi come te, ossessionati sartini lì a rattoppare anime scucite dal progresso…

…scusatemi… torniamo a noi… non trovate che faccia un po’ freddo in aula Gambi?…obbè…dunque, molto tempo dopo ho capito che, sì, non c’era nessun obiettivo… ma c’era un’anarchia infettiva… ohhh se c’era… Emma era meno comunicativa ma per questo non meno letale, Attila, invece, militava nella schiera degli immaginatori costanti, ma con una correzione rugbystica alla poetica che li vuole utopisti e imbranati. Era dotato di un coraggio corsaro, sovralimentato da una turbina sostitutoria. Se fosse stato antropologo avrebbe deposto lo sciamano della tribù, se fosse stato sciamano avrebbe deposto il precedente. Aveva l’istinto somatico del venditore porta a porta, e lo applicava alle mie comunità non per piazzare collanine ma per trasmettere forme, diciamo, di modernità… Ficcato nel remoto più remoto prendeva il ritmo di quelli che intercettava, se c’era una storia da saccheggiare beccava al volo chi la custodiva come un missile guidato dal calore del bersaglio. Era quel qualcuno che ti mostra che gliene importa di quel che dici, e questo qualcuno è perfetto quando imita i tuoi gesti, ha lo stesso tuo modo di girare gli occhi, scopri in lui un entusiasta di te, e ti manda sù di giri perchè fa le tue stesse pause quando parla, e ti tocca un poco la spalla per mostrarti tutta la sua concentrazione su ciò che gli racconti. Pura infezione… ma fa veramente freddo qui…

 

*…sì, perché ti sei messo accanto a noi…ma andiamo avanti, io ed Emma siamo infetti? Forse lo siamo nati, si andava in culo al mondo, e questo era un grande privilegio, perché il mondo non si stava spappolando come credevi, si stava aprendo in una repubblica vagante costituita da gente dispari poco incline a farsi un futuro normale, fondata sugli abbandoni di posizione, l’opposto di una fortificazione, senza assedi, solo una cagnara di sbandati senza meta, tutto più easy dei tuoi indios molto poco easy.

Repubblica in viaggio… si aggiunge uno a un altro, insieme gli aggiunti fanno versioni di fatterelli mai appoggiati a prove attendibili, un altro e un’altra ancora, e un altro, e così si dà la stura a un oracolo paciocco fabbricato con chi c’era stato, ed era ritornato, o c’era stato e non si sapeva più dov’era, o non sapeva più chi era, tutto un paglione di vite intrecciate con amache, antenne di radioline, radiatori di 2CV, dadi I Ching, il paciocco è tenuto insieme con turafalle e olio d’afghano, è un po’ balbuziente, marcia, rotola, cigola, consuma centomila lire di benzina per arrivare da Istanbul a Bombay, mentre tu consumi anni a stabilire quanti popoli sono lì per estinguersi, salvo poi vederteli sgomitare nei tuoi sogni mentre, bum, inspiegabile, professore, si sollevano contro il purissimo scienziato… infezione di !Kung che sbobinano nastro dalle cassette dei Sex Pistols e ne fanno amuleti per le loro donne, e Aguaruna su grandi pick-up rossi che sfrecciano nella selva con i Rolling a manetta, e Kiowa con lucchetti Yale alle fibbie di stinti Lee per ammanettare i loro demoni di curaro. Noi eravamo lì farci svelenare mica a farci studiare, io parevo Daolio dei Nomadi, magrissimo, tutto colorato e senza qualche dente, un cristo dipinto da un indio. Infetto e perfetto…

 

 

… dov’ero, ah si pagina 103, ecco un passo che credo dia la dimensione del mio stato mentale di allora: “Attila è tutto questo mentre mangia peyote hikuri a Real de Catorce, farneticando su Castaneda e infastidendo i miei indios Huicholes che sono delicatissimi. Magro come uno sterpo si muove tra loro come un cristo benevolo, gli indios gli toccano i capelli lunghi e lisci, sempre curatissimi e splendenti sulla sua fetida tunichetta nazarena. Distribuisce carezze ai bambini e guarda le madri con gli occhi sereni e azzurri del portatore di nuove direzioni cosmiche, ha una bussola Panerai che barlucchia al sole, è attaccata con una catenella a una cintura di serpente, e la bussola Attila la sa usare in tutti i modi possibili, e la domanda è sempre la stessa, perchè è lì prima di me? Perchè i suoi amici hippies hanno una dimestichezza con il terreno dieci volte superiore alla mia squadra di paleontologi, geografi e logisti messicani?

Poi Attila rischia, io mai. Mai mi sono sottoposto a prove sperimentali. Lui sempre.

Intendo sperimentali l’atto di ficcare una mano dentro un liquido organico, svelenare un rettile, farsi incidere parti del corpo a scopo propiziatorio, assumere funghi allucinogeni, copulare con la figlia mezza matta dello sciamano di turno.

Voglio rassicurarvi, gli antropologi non sono normalmente dediti a esperienze del genere. Noi tutti, cari colleghi, siamo coscienti delle contaminazioni e dei pericoli che queste leggerezze provocano su di un povero corpo occidentale trasferito in luoghi radicalmente dissimili dal suo habitat.

Lui no, Emma no, la loro impunità coincide con la loro immunità, e gli fa diventare sempre più spavaldi, fino a mandarmi una cartolina da Giava, leggo dal secondo capitolo:

- Diffidiamo un po’ della gente come te dedita al vergine, in realtà nascondi le prove di una solitudine non proprio completa, e te lo dimostreremo -

Non sono i soli, ce n’erano a frotte come loro”.

 

 

*…Vergine, Papà?. Vergine=schifo delle maggioranze immobili per i posti più belli del mondo, tutti scartati come lontanissimi, irraggiungibili, pieni di gente primitiva che parla lingue incomprensibili e non ti dà da mangiare come a casa. Mai andare in luoghi lontani dalla tua tagliatella diceva lo zio tuo fratello. Fuori è selvaggiume. Rimanere in zona, questi sono i fatti nipote. Non so più quali sono fatti, ho solo pensato di esserci. Parlare a mezzo della bocca tua mi confonde un po’. Ad esempio non ricordo se io ed Emma eravamo o no con Michel Bertrand quando trova un magnifico carpentiere a Kabul, e a giri di tornio e colpi di ribattini gli rimette in vita il suo esausto Volskwagen Westfalia. Non ricordo se c’eravamo centoventi chilometri dopo, quando un gruppo di banditelli afghani capitanati dal cugino del carpentiere, rapinano Michel.

Michel diceva che in quella famiglia tutti facevano di tutto per rendere il suo viaggio interessante.

Proprio non ricordo se io ed Emma eravamo parte di questi fatti. Quante volte ho sentito la storia di Michel Bertrand? E’ capitato a lui? A qualcun altro? Ha mai avuto l’inghippo di cui parla? Forse nemmeno esiste Michel, ma i fatti strinano bene con il paesaggio del Dandar afghano, meno con il paesaggio dello zio tuo fratello. In questo subbuglio c’è forse un’aerodinamica che lega Michel a noi che ritorniamo da Goa nella casa di Barriera Bixio. E’ l’Anno del Buddha. Emma è diventata buddista. Per lo zio non si era persa in una religione diversa, ma in un mondo inspiegabile, una tarantolata che non mangiava più prosciutto ma solo bida cotta.

Poi la casa di Barriera Bixio s’immerse nell’Anno della Pietra Rotolante (tu eri a Sulawesi), io imparo a memoria le parole di Satisfaction. Papagallare un po’ d’inglese è da maleducati, mio cugino più grande, che si esprime in perfetto dialetto elegantemente mosciato nell’erre, fa rispettosamente notare che a casa si parla italiano.

Infine a Barriera Bixio arriva l’Anno del Barbiere Morto. “Capelloni drogati che non si lavano mai” dice lo zio tuo fratello, quando dal parabrezza della sua Alfa GT argento, vede me e gli amici.

Sul ciglio della via Emilia fumiamo cicche puzzolenti, allo zio sembrano Nazionali senza filtro, ma forse è roba di contrabbando, fa un odore acre, come di erba incendiata.

Lo zio faceva il meccanico rettificatore. Al mare ci portava tutti a Rimini, mica a Santa Teresa di Gallura, che non si sapeva nemmeno dove cazzo fosse…    

 

 

 

Ce n’erano a frotte, dicevo… erano anni di contestazione… rammenterete… Attila voleva fare impazzire cose eterne tra quella gente, mandarmi a puttana i miti e le mete, immaginai una pratica filiale situazionista di tipo pedinatorio, mi convinsi che c’era una setta freak universale con migliaia di silvestri venditori porta a porta, si prodigavano affinchè i nativi non fossero per niente delicatissimi e inermi, fragili e isolati, ma pronti ad assorbire come spugne ogni minaccia esterna. Inoculare vaccini per immunizzare in tempo l’andazzo rituale, l’ipotesi di Freak Fakes in fondo è questa.

Nel libro cerco di rappresentare questo immaginario accademico, non dunque il resoconto di un piano destabilizzante, ma un’allucinazione visionaria con una cifra filiale, Attila ed Emma erano distributori di anticorpi per quello che di lì a poco sarebbe accaduto, non erano più i tempi di Margareth Mead o di Levy-Strauss, erano tempi epidemici. Ho capito con ritardo che l’epoca dei nuovi evangelizzatori sgomitava, che sarebbero arrivati ovunque con vettovaglie al seguito, lasciando al loro passaggio una quantità di segnali, registrazioni, mattoni, asfalti, abitudini, lingue, gesti e semplici battute pronte a conficcarsi in ciò che a lungo era rimasto puro. Già la purezza… il vero oggetto di quel testa di cazzo: Attila ed Emma erano l’antipurezza, senza tanto capirci qualcosa stavano addestrando i loro indios a guerre imminenti. Con i tour operator? Con i manager del leisure? Non saprei, so solo che io vedevo in loro, in quelli come loro, siringhe di occidente preventivo, è pura supposizione, comunque meglio di me li descrisse il collega Cliff. Voglio leggervi un breve passo dal quinto capitolo, lo reputo illuminante:  

 

- quelli come i tuoi figli appartengono ad una tribù nomade di superdiffusori infettivisti… sono i miei incubi… mi rincorre nella selva della Nuova Guinea, è velocissima, è tatuata con ragni e sirene, porta collanine… ma ha un paio di Levi’s, non è una femmina della selva. Cristo! Una fottutissima esemplare di ragazzina freak scorazza nella Papuasia profonda -

 

Cliff aveva incontrato Emma scortata da una banda di punk malesi in bomber vinilpelle, bevevano mate e distribuivano Lucky Strike agli indios. Cosparsa di cenere Emma fumava con lunghe boccate, si trascinava nel villaggio a schiena curva e danzava tenendo in mano una radiolina che emetteva solo scrosci.

Lo sciamano era perplesso mentre la tribù attaccava ai rami degli alberi lunghi fili con i pacchetti di Lucky sospesi.

I bambini la amavano e le donne si avvicinavano leccandole via la cenere dalla faccia. Stava sputtanando il terreno, Cliff cercò di strattonarla via, ma questo non piaceva alla tribù, che fece subito smettere Cliff…

 

 

*La purezza?… parli di quell’idea di purezza tipica degli sciamani di casa nostra, come lo zio tuo fratello? Per lo zio perdersi era praticamente tradimento, ci si deve assomigliare, diceva, tu questo papà lo sai bene mentre andavi a pigmei, e per non impensierire lo zio gli dicevi che erano loro a venire all’università a farsi studiare da te. Era questo nostro terreno quello da cui bisognava fuggire. Se questo terreno tu l’avessi visto dall’alto, sarebbe somigliato a un bosco fitto dove ogni tanto un animale schizza fuori non sai se terrorizzato in quanto preda o preso a calci in culo dalla sua stessa specie. Era il bosco di casa nostra, popolato dall’ insofferenza dei consanguinei zieschi e cugineschi, da questo bosco iniziano le fughe precipitose in cerca di profezie meno ostili. I difensori di purezza come te contribuirono non poco a quel ammasso umanoide fuggiasco dentro convogli marini e terrestri fetidi e scabbiosi che facevano capolinea nei caffè della porta d’oriente più prossima, il Bosforo. Sparpagliata attorno a una Moschea Blu, in una città mezza turca e di mezzo altro mondo, una marmaglia sbigottita si arruola a vicenda tra tavolini e seggiole dove si gode lo spettacolo offerto da spettri sciamanici catalogabili in tre forme ignote rispetto agli stregoni piumati che indagavi, o ti indagavano…

Sciamani stanziali che consigliano partenti, poi sciamani che si buttano nella strada e rimpatriano come un ottovolante a fine giro. Infine gli ultimi, gli sciamani che non ritorneranno, quelli decisi per un frontale con il destino, i persi totali che non hanno lasciato croci su cui posare mazzi di fiori. Quelli come mia sorella Emma, tua figlia. Te la ricordi? Lei è una tarantola arrampicata sulla Moschea Blu, chiama dall’alto, dice che Istambul è una bussola e i tavolini sono mappe. Guardate coglioni, l’est remoto è indicato da olandesi senza fissa dimora, quelli non rimangono mai a piedi, si reincarnano in bidoni di benzina sulla pista per il Khyber Pass.

Guarda il triestino! Lascia un biglietto per un passaggio e riceve cento bigliettini di fuori di testa che gli chiedono un passaggio. A ovest parabrezza, radiatori, ricambi, camere d’aria per ogni carcassa accesa, Citroen, Maggiolini, R4, Alouette, le carcasse ansimano alla partenza della nostra Le Mans. Gloria ai nostri totem fratello! Noi siamo gli equipaggi che parlano dieci lingue allo stesso motore, e lui va e va su di giri pur di non sentire le nostre cazzate. Gli equipaggi si formano sul momento, una ragazza per due, due ragazze per uno. E Xavier, te lo ricordi fratello? Faceva il meccanico alla Renault, valeva una fortuna a bordo, viaggiava gratis, e aveva molto, molto altro gratis.

E quel demente di Salonicco? Era di ritorno da Kabul, il motore collassato a Peshawar, le auto non durano il ritorno. Il Salonicco arranca verso ovest, bisogna farsi telepati, odorarlo, aspettarlo, perché il tempo è futuro, fratello… occhi dilatati sulla fortuna giornaliera del viaggio, occhi miei e di Emma, i tuoi figli sono rancidi ma c’è pure odorino di vittoria, partono a seconda degli emisferi che li scacciano e dei fiumi di pioggia che li attendono, non sanno cosa accadrà, tutto può accadere, sempre meglio di cosa non accade mai nel punto da cui abbiamo iniziato. Siamo sempre stati prima di quello che rincorrevi. Hai una versione alternativa, papà? O ci devi un po’ riflettere?

 

 

Riflettiamo… sì, riflessione… l’incontro con il collega Cliff mi fece riflettere… incrinò certezze… la tribalità aurea ricevette la mazzata finale al cospetto di un gruppo di indios incontattati nel Mato Grosso peruviano, uno di loro mi riprendeva con una telecamera Sony, abbigliato in boxer rossi a righine blu, poi si eclissò lasciandomi in grande stress.

Tre giorni dopo un capellone scende da un camion di madereros. Saluta un tedesco che avevo visto in giro. Il tedesco è un regista spiritato con una troupe di alcolisti. Il giovane gli consegna tre bobine di videotape. Si abbracciano. Arrivo da dietro e tiro un cazzotto a mio figlio. Il tedesco si vuole presentare, non capisco il suo nome. Quella notte scrissi sul taccuino una nota a margine che ho riportato nel libro, ve la leggo:                      

 

“Per il bene della scienza io vi cancello, accademicamente non siete mai esistiti, dimostrerebbe che Celebes era sputtanata dagli hippies prima di ogni avvento scientifico, e le tribù colombiane ad est di Letitia non disdegnavano rapporti con gli squatters di Christiania. Io questi sverginatori non accreditati li censuro, devono eclissarsi dai miei giornali di bordo, li voglio fuori campo dalle fotografie, dai nostri documentari. Sono per l’omissione sistematica del loro trip. Tutto sta diventando oscenamente visibile a tutti”.

 

Ero sconvolto e in retroguardia.

Poi un giorno al cinema rivedo tutta la scena del Mato Grosso Peruano con gli occhi del tedesco che incontra mio figlio e riceve quei tre videotape, l’indio forse era nella sala e mi stava riprendendo…

Tutto è normale, anche che l’Amazzonia peruviana riceva molti, moltissimi turisti dopo questa prima visione di Fitzcarraldo, se volete fare una pausa?…no?, allora continuo…

 

 

* Mentre ripensi all’indio col videotape la rosa dei venti allunga le punte, pensi e ripensi, non hai più l’esclusiva, non l’hai mai avuta, le punte dicono che le missioni scientifiche non hanno la precedenza, non ci sono pass nella selva. Gli Dei sono benevoli con i persi a far niente e ridono dei tuoi stremamenti per carpire segreti agli oracoli. Pensi e ripensi, mentre noi sverginiamo un totem tu sei già doppiato al primo giro, quando tu ti perdi è una disfatta, noi ci perdiamo ed è una vittoria, nell’orizzonte dell’arrangiamento tutti hanno la gioia di perdersi e l’obbligo del ritorno appartiene agli esami facoltativi. Io ed Emma siamo inciampati nei nostri pensieri sconclusionati non sai quante volte, allenavano all’equilibrio papà, sai, siamo nati in tempo di pace, ci è stato donato il privilegio di perdersi e inciampare, questo privilegio nessuno l’aveva avuto prima, o forse sbaglio, il privilegio dato alla gioventù greca nel perdersi nell’Odissea non era uno scherzo, ma a differenza dei greci noi non abbiamo lasciato niente, non ci sono colonne di marmo a ricordo delle nostre gesta, nè obelischi per le nostre vittorie, o epigrafi sulle tombe e ballate di bardi.

I fregi che narrano questi cammini se li porta via ogni giorno l’alta marea. Così è bello, e ci piace, come nei sogni, in cui ogni essere umano è finalmente totalmente il terrorista che gli va di essere.

Questo fregio che continua a negarsi al suo scultore ci accomuna nel niente di niente, e rifugge allo scalpello, e alla fine adorna le nostre amazzoni camminatrici come tua figlia Emma ad anni 24.

Lei cammina sui 4000 delle Ande peruviane in un trip suicida di quindici giorni. Ha nello zaino solo sei barre di Ciocorì e mezzo chilo di foglie di coca da masticare e un po’ di crackers ed una cartolina spiegazzata che mostra la Terra vista dalla Luna.

C’è scritta sopra una frase per amici lontani

- Qualunque cosa accada un minuto dopo è già futuro, chissenefrega di cosa è successo adesso, è già passato-

Non la imbucherà mai. La cartolina, con la foto della nostra meravigliosa Terra, la usa per farsi filtri per canne.

Arriva a Macchu Pichu all’alba, è sola senza nemmeno un guerrigliero con cui far due chiacchiere, ed allora pensa intensamente come solo si può a quelle altitudini, e mentre la nebbia fumosa si dirada sulla capitale Inca, Emma urla, Io non sono nessuno!

                                     Solo una che cammina da sola!

E dedica questa camminata a quelli che verranno, e saranno tanti, e sputtaneranno questo posto con il loro calpestio di comitive organizzate, e lo faranno affondare. Rimarranno solo rovine di rovine franate a valle per il troppo peso turistico.

Nulla deve sopravvivere com’era, tutto si trasforma, perisce, rinasce, e mentre tu facevi il moderno etnografo, ed eleggevi i tuoi indios a gemme capaci di spiegare l’universale, e mai ti veniva il sospetto che spiegassero a malapena solo il tuo esistere, in tutto questo frattempo teoretico Emma cammina.

Cammina per altri cinque anni, instancabilmente, e muore innumerevoli volte tra precipizi e fiumi in piena, nevi ghiacciate e fango rosso, e ogni volta che muore non riesce a mandare quella cartolina d’addio, quindi non oltrepassa mai la soglia fatale dell’aldilà e rimane dentro un arrivederci continuo, così vi risorge passando ad altre vite che le si fondono addosso teleguidate dagli Dei, ed ogni vita le prepara una storia pronta ad essere assaggiata.

Un fastoso banchetto di amazzoni folli la nutre sul cammino. E’ sempre sul lastrico Emma, ma diventa la donna che senza ossigeno scala il K2, e la donna scacciata dai bombardieri americani che hanno occupato Diego Garçia, diventa la donna che a dorso di mulo solca l’altopiano etiopico, e la donna che penetra per prima in bicicletta nel circolo sacro della città di Lhasa, diventa la donna che ama immense lucertole, ragni, scimmie, trapezi e balene disegnate per migliaia di metri nel deserto di Nazca, e la donna che sopravvive all’inferno di Dresda e fonda un regno nudista negli Agriates, e nello scintillio delle paludi della Colombia Pacifica diventa la donna Colorado che caccia puma e può correre a piedi nudi nella selva per sette ore.

Mentre il mondo trova la Luna e i satelliti entrano in orbita e le donne provano a fare i primi ministri, Emma viene divorata dal suo cammino.

Se c’è una storia che agonizza in solitudine lei ci cammina dentro e la accompagna verso un’altra e un’altra ancora, ed esse insieme ne fanno un fantastico boulevard e poi una super pista ove tutto risorge.

Emma cammina, sale e scende, e la storia s’ingigantisce sempre più. La strada è lunga e sempre diversa sotto stelle di alterna fortuna, come diverso è il destino ad ogni crocicchio, e diviene chiaro, la ragazza che apre i cammini avrà il suo ultimo passo. E questo succede. In quel giorno è difficile stabilire la sua età e l’espressione dei suoi occhi.

Quello è un giorno umido senza sole, papà, tra acque dolci e salate in continuo mischiarsi tra il fiume e il mare, al centro di un vortice di correnti accavallate nell’estuario del San Juan del Norte, Emma arriva alla fine…la senti la sua voce?

Le voci dei miei figli in questo momento… so di averle nel cuore… anche se Emma e Attila non ci sono più… scomparsi nel nulla, mai più tornati a casa… Ne sono certo, direbbero che non c’era un quartier generale, non esisteva una rete clandestina, nemmeno un progetto, un capo tessitore e nulla era pianificato.

Attila ed Emma erano avanguardie accanite di sterminate legioni di tour operator in avanzata? Intanto io restavo vittima del fuoco amico, la cosiddetta, tra virgolette, crisi della rappresentazione etnografica. Avevo esaurito il vergine disponibile, per meglio dire me l’avevano tolto da sotto i piedi, l’oppressore scientifico era a corto di esclusive, le tribù erano finalmente libere da chi le voleva mantenere immutate.                   

Ci ritirammo quasi tutti. Motivo ufficiale: troppe guerre locali e poca sicurezza per gli studiosi. Motivo vero: nessuno appoggiava più noi isolazionisti, ricorderete cari colleghi quando la nostra università iniziò a finanziare modelli di sviluppo sostenibili e quelli come me erano sostituibili.

Sono stato sconfitto da quelli come mio figlio e mia figlia, dagli apripista dell’infezione, il turismo invaderà il pianeta e diventerà il nuovo oggetto d’indagine degli etnografi, produrrà nuove occasioni di visibilità anche per l’irriducibile isolazionista padre.

Nuovi evangelisti pagani porgeranno all’occhio tutto quanto è in grado di riciclare, tutto sarà visibile e raggiungibile, non si scopre un bel nulla, si accasa chiunque, i miei figli sono stati gli scout della prima attività industriale che campa sui “brevetti” degli altri, dalla cerbottana al curaro, agli Dei Yoruba, compresi anche i miei studi a Sulawesi sul culto dei morti dei Toraja, “brevetto” che ha generato superstrade per supercoach nate sul sentiero di fango dove vent’anni prima Attila aveva incrociato me. Lui direbbe il contrario…scusate ho un giramento…ho freddo…

 

*Ok è il freddo dei nostri cadaverini, hai settantasette anni, ed è giusto che ti racconti la verità. Io sono schiattato, mia sorella pure, ufficialmente dispersi. Come sono andato al creatore io non te lo dico, ma ti rovino la serata con Emma.

Emma è morta da walkiria in Nicaragua cercando di salvare un’amica da un incendio in un rancho, era con i sandinisti, sono state intercettate dalla Contra e dai mercenari del colonnello Ollie North, le hanno bruciate vive con il kerosene.

Il cimitero sull’estuario del San Juan la accoglie tra le figlie che non lasciano guide turistiche, le donne Miskitos l’hanno interrata in una striscia di terra che sfugge al pelo alle grandi maree del Caribe.

Lì, sull’estuario del San Juan riposa una grande guida freak. E’ tua figlia, la mia sorella, la ragazza a muso duro con i capelli intrecciati dal vento, la ragazza sempre in avanti con gli occhi neri dritti sulla meta, Emma che cammina nelle alte montagne e poi strapiomba verso il mare quando vuole divertirsi come un animale…

Era veramente insopportabile, ci fa dannare quassù nel wahalla dei persi a far niente, sì, fa finta di niente, che non ci si vede da ieri l’altro, urla da quella boccaccia enorme cose tipo, ehi Attila! Balla con me nella selva, sono la tua nuova baquiana, siamo nell’inferno verde dei Tayrona, balla, balla nella valle de oro! ehi fratello, c’è un sacco da razziare in questa foresta dove piove a valanga, guarda solo davanti a te, e zitto, e cammina, non sei parte di questo paesaggio e a volte lo disturbi, impara da Alvarez, lui perlomeno le storie le sapeva raccontare con quella voce da Perry Como. Lo sai fratello che Alvarez era il mio playboy di Panama? Mi portava a vedere le chiuse orride del Canale e poi mi baciava al chiaro di luna mentre le navi salivano spinte dall’acqua fino a quando attorno a noi divenivano grattacieli illuminati che suonavano sirene nella notte.

Vedi papà? Emma sta bene. Io sto bene.

Siamo in buona compagnia quassù nel wahalla. Emma fischietta, frulla storie e tutti pronti a udire che effetto fanno, e se non faranno abbastanza effetto, Attila darà una ritoccatina qua e una là. E te la finisco così, noi siamo solo chiacchiere nel vento, le chiacchiere svoltano in profezie, e le profezie, come i professori si affannano a dire, si misurano dalla quantità di versioni generate.

Oggi i tuoi indios hanno nuovi oracoli, parlano di astronavi gigantesche apparse in più punti contemporaneamente, pare abbiano portato via tutti i persi a far niente, scomparsi verso un destino sconosciuto. Poi inesorabile un Impero Turistico si dilata e oggi tutti venerano il suo orizzonte ignari di un prima e un dopo, dicono non ha origini, è nato dal niente come un flusso che non ha fonte, simile ad una corrente senza storia e senza tempo, naturale come una cascata, necessario come una centrale elettrica. Bisogna proprio convincervi tutti, d’ora in poi è proibito perdersi ed è obbligatorio tornare a casa.

In questa carestia che avanza io ed Emma difficilmente ci saremmo abituati. Comunque complimenti per il tuo libro.

 

Grazie… scusate, un attimo… devo concentrarmi… non so perché… comunque grazie a tutti voi amici presenti… ora che la zecca è fallita, e a nessuno gli importa un fico secco di uno sciamano fresco di conio, io non mi sono tirato indietro. Sono vecchio e ho bisogno di soldi, sono stanco e ho bisogno di relax, sono obsoleto e ho bisogno di riciclarmi, dunque questa sera, alla presentazione di questo mio libro, vedete, ho messo a disposizione di voi tutti la versione dei fatti finora occultata.

“Freak Fakes”, tutto è già nel titolo, ringrazio il mio editore di non aver fatto storie per cambiarlo. Scrivere in tarda età, e ritrovarsi con un best seller, vi assicuro dà una certa euforia che però non lenisce il dolore di essere sopravvissuto ai propri figli. Ai miei figli, a quelli come loro, che mi obbligai a studiare come una tribù, si rivolge la dedica in frontespizio: dopo che fu chiaro che era impossibile farvi fuori”.

Il libro inizia nell’epoca in cui l’album e le figurine venivano stampati dallo stesso editore, e finisce con loro che mi impediscono di completare l’album.

Nel mezzo, descrivo gli incontri con questa tribù all’alba dei tempi epidemici. Fecero contraffazione, infezione ed anche un po’ di intrattenimento. Mio figlio. Mia figlia. Quelli come loro. Adepti di una setta antropofaga di rimasticatori di storie, avvolti da una nebbiolina di microbiche salivazioni. Roba ultrainfettiva trasferitasi ai !Kung, ai Kaluli, ai Kiowa, ai Toraja. Nemmeno un pigmeo o uno Yanomamo ha resistito a un solo loro starnuto. Erano avanti.

 

*E tu sei rimasto una testa di cazzo.   “

  Andrea Ruggeri, 27 novembre 2012

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1 Comment

  1. ho fatto un viaggio straordinario… non so se è per l’lsd che ho preso da ragazzo o perchè a volte i viaggi possono essere anche realisticamente visionari. bellissimo. bravo Andrea.

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