Quella sedia vuota…

feb 24, 2013 by

Quella sedia vuota…

Di persona non lo conoscevo ma avevamo degli amici in comune. E il 25 aprile ci saremmo dovuti incontrare a Perugia, in occasione del prossimo Festival Internazionale del Giornalismo, per partecipare a un dibattito sulla situazione in Siria. La sua sedia invece resterà vuota, terribilmente vuota. Perché purtroppo Olivier Voisin, 38 anni,  fotografo francese free-lance, è morto stamattina in un ospedale turco, dopo esser rimasto qualche giorno in coma per le ferite alla testa riportate a causa di un colpo di cannone sparato ad Hama dalle truppe governative contro le postazioni dei combattenti dell’Esercito Siriano Libero con cui Olivier si accompagnava.

Inutile star qui a sciorinare numeri sui tanti, troppi operatori dell’informazione uccisi in Siria negli ultimi due anni. Oggi non mi interessa. Né mi interessa disquisire sulla libertà di stampa e sul suo valore. Trovo che abbia più senso interrogarsi sui meccanismi perversi che condizionano sempre di più il lavoro degli inviati di guerra e che finiscono per metterne a repentaglio la vita, più di quanto sia professionalmente e inevitabilmente “sostenibile”. Lo spunto mi viene proprio da una lettera spedita da Olivier Voisin all’amica Mimosa Martini e pubblicata ora sulla pagina Facebook della giornalista del TG 5. In essa si racconta di come sia dura per un free-lance farsi comprare delle foto dalla Siria da un’ agenzia occidentale – in questo caso l’AFP – e del fatto che le uniche foto considerate ormai “comprabili” siano quelle che documentano i combattimenti sulla linea del fronte, il più possibile ravvicinati.                                   

“Scatto foto – confessa Olivier all’amica – ma non sono nemmeno sicuro che l’AFP me le prenda.”  E più giù: “Meno faccio e meno guadagno, c’è anche questo, e quanto guadagno ora non è certo fantastico. E più i giorni passano più aumentano le foto che mi vengono richieste e che non scatto”. 

Qualcuno dirà che questo è sempre stato il dramma dei free-lance, che per poter piazzare una foto o un articolo devono offrire e rischiare di più. E’ vero. Ma mai come oggi la concorrenza è feroce, visto il numero impressionante dei giornalisti, fotografi e filmaker che sono in campo. Il settore inoltre è in preda a una de-regulation selvaggia, che mette tutti contro tutti: contrattualizzati contro precari, precari contro free-lance, free-lance contro citizen-journalist. Spesso è una guerra al massacro, in cui si finisce per oltrepassare quella soglia di sicurezza che un inviato di guerra non può e non deve mai superare. Lo si fa quando si resta troppo a lungo in zona di combattimenti (e così facendo ci si assuefà al pericolo). E lo si fa quando si accettano rischi gratuiti ed inutili solo per avere un po’ di adrenalina in più e con la (vaga) speranza di scattare quella foto o scrivere quel pezzo che nessun altro avrà. Non è il caso di Olivier Voisin, sia chiaro, che era sì giovane ma aveva un lungo e prestigioso curriculum alle spalle. Ma è il caso di tanti, soprattutto giovani, spesso alle prime armi. Sono pochi quelli che si chiedono: ma il gioco vale la candela? A me capita tutti i giorni di essere contattato da colleghi che vorrebbero partire per la Siria e non solo non hanno i contatti giusti (né le competenze) ma pretendono di andarci senza nemmeno un giubbotto anti-proiettile ed un elmetto. Cerco di dissuaderli, provo ad aiutarli, li compatisco nel senso migliore del termine. Perché so che questa loro scelta è molto spesso  il segno della disperazione, dei tanti che sono disposti a provare anche la roulette russa pur di emergere in una professione che si ritrova con un’enorme e intollerabile strozzatura all’ingresso (da cui passano solo i pochi raccomandati).

Gli editori, poi, in questa situazione ci sguazzano. A loro interessa riempire le pagine (o i notiziari). E poco importa se quelle notizie gli vengono offerte da professionisti dell’informazione oppure da dilettanti allo sbaraglio. L’importante è spendere poco o niente. E se proprio c’è da spendere, beh, allora bisogna che la “roba” sia forte, molto forte.  E’ quello che chiedevano a Olivier Voisin.  E’ quello che lo angosciava. Ed è quello, forse, che l’ha ucciso.

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1 Comment

  1. E’ vero, vige la totale deregulation. Il che vuol dire tutti allo sbaraglio: chi sa, chi non sa, chi pensa di sapere. Poi c’è il caso, la fatalità, che il suo ruolo lo giocano comunque e colpiscono alla cieca.
    Il punto è: a chi spetta, o chi ha l’autorità, di porre delle regole? A chi il compito di intervenire, di arginare un caos moltiplicato all’infinito da una tecnologia che ormai consente a chiunque di fare qualunque cosa da qualunque luogo (incluso mettersi in guai seri)?
    Onestamente, non lo so.
    La professionalità non è un obbligo, è una qualità. L’esperienza non è più, in apparenza, necessaria. Come del resto la prudenza.
    Il buon senso viene sbeffeggiato. Il filtro viene scambiato per censura.
    Esiste una norma deontologica che proibisce a un giornale di comprare una foto, una notizia, un articolo realizzati accollandosi rischi folli? E qual è il limite di questa follia?
    E’ proprio l’impossibilità di dare una risposta il sintomo che questa professione è – nel senso appunto di professione – alla fine. Il diaframma tra l’avveduto professionista e il temerario dilettante è crollato. Tutti sulle barricate con margini sempre più bassi.
    Ecco, forse la soglia potrebbe essere questa: la vecchia, cara redditività del lavoro. Ovverosia il coraggio di sfilarsi quando il gioco non vale la candela.
    Certo, non basterà a evitare i morti. Ma almeno eviterà i suicidi consapevoli.

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