Scacco matto

giu 25, 2012 by

Scacco matto

Pare che al culmine del suo successo, a metà degli anni ’70, quand’era celebrato dai mass media di tutto il mondo come l’icona più popolare del cosiddetto “mondo libero” impegnato ventre a terra nella sua lunga Guerra Fredda, abbia avuto addirittura l’ardire di rifiutare un mega-contratto pubblicitario propostogli da un’azienda produttrice di latte, con la motivazione seguente:“Non posso. Non è il latte che bevo”. In quella  risposta, più unica che rara, anche a quei tempi, c’era in effetti tutto il suo genio e tutta la sua sregolatezza, quella di un bambino prodigio che dai marciapiedi di Brooklin era sbarcato forse troppo in fretta sul proscenio mondiale, giocando a scacchi come mai nessun altro prima di lui e perdendo nella sua lunga, indimenticabile carriera una sola, vera partita: quella con se stesso.

Parlo ovviamente di Bobby Fischer, l’unico scacchista occidentale che ai tempi della Cortina di Ferro sia riuscito a dare scacco matto all‘Unione Sovietica, che di questo gioco d’élite, molto caro a Lenin, aveva fatto la punta di diamante della sua possente macchina da guerra sportiva, lanciata alla conquista del mondo. La sfida in Islanda, nel luglio 1972, tra Bobby Fisher e Boris Spasskij fu non a caso un evento geo-politico di primaria importanza, che vide schierati in prima linea Henry Kissinger e Alexej Kossygin. Così come lo fu la rivincita, giocata in Serbia nel 1992, che costò a Fisher l’esilio dagli Stati Uniti per violazione dell’embargo contro la Serbia di Milosevic. Seguiranno poi gli anni bui della sua clandestinità in giro per l’Asia, l’esultanza per l’attentato alle Twin Towers del 2001, l’anatema contro di lui lanciato da Bush jr, l’arresto in Giappone nel 2004 e gli ultimi giorni trascorsi in Islanda, dove andò a morire, nel 2008.

Un libro appena tradotto in italiano ci permette oggi di ricostruire meglio non tanto la biografia quanto la psicologia di questo personaggio fuori da tutti gli schemi. Si tratta di “Finale di partita“, scritto dallo scacchista e suo grande amico Frank Brady, con cui Fisher rimase sempre in contatto, anche negli anni bui della sua vita. Ho avuto modo di conoscere Brady nel 2007 quando, per la Storia siamo noi, stavo realizzando un documentario sulla personalissima “guerra fredda” di Bobby Fisher, “Scacco matto”. E più ancora della competenza ne ho apprezzato la lealtà nei confronti dell’amico, un amico a dire il vero difficile, carico di paranoie, che tanti altri avrebbero mandato a quel paese. In Brady c’è invece, ancora oggi, una sincera ammirazione, quella che si riserva solo ai geni, a cui in fondo si può perdonare tutto. Anche per questo vale la pena di leggersi il suo libro.

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