Specchio delle mie brame

lug 23, 2012 by

Specchio delle mie brame

“Mi raccomando Amedé - mi disse una volta, quando sbarcai al TG1, l’amico Norberto Sanna, che di mestiere  faceva l’operatore e quindi la sapeva lunga al riguardo - non innamorarti della tua immagine. Ne resteresti prigioniero”. Ho cercato di far tesoro delle sue parole. E ci ripenso tutte le volte che guardo oggi un telegiornale. Non perchè il narcisismo dei giornalisti sia aumentato. No, è che però i valori veri di questa professione – la competenza, la passione, la credibilità – hanno ormai perso il loro appeal. E l’unica cosa che conta, soprattutto  per le nuove leve che si affacciano sul piccolo schermo, è la smania di apparire in video, la voglia cioè di protagonismo. Con conseguenze nefaste, perchè l’informazione viene sempre più subordinata alle leggi dello spettacolo e sempre meno vincolata alle  regole del giornalismo.

Non è un caso se in tanti aspirano alla “conduzione”. Di un Tg, uno qualunque, a qualsiasi ora, purchè cia sia un bel primo piano, per un numero il più possibile lungo di minuti. Oppure di un programma tutto per sè, o di una “rubrica”, o anche solo di uno strapuntino in trasmissione. Purchè ci sia la lucina rossa di una telecamera ad immortarci. Quello che conta infatti è che il salumiere, il commercialista, il parrucchiere e l’immancabile zia Guendalina ti possano dire, il giorno dopo: “T’ho visto, sai, sei stato(a) bravissimo(a)”. So di colleghi – soprattutto di colleghe, devo dire  - che si aggirano tutte impettite per le stazioni dei treni e gli aeroporti, scrutando con impegno certosino il volto dei passanti, per compiacersi dei tanti o anche solo dei pochi che le riconoscono.  “Non per altro, è che sono un volto pubblico”,  si giustificano.  E io me la rido, pensando che a me ha sempre dato fastidio l’esser riconosciuto dalla gggente, un po’ perchè sono un timido – sì, in fondo è così- e un po’ perchè non si sa mai,  può sempre capitarti che a riconoscerti sia un vecchio creditore, oppure un compagno di vizi, che è meglio evitare.                

Un volto pubblico. Il problema è tutto lì. Nel senso che la bella presenza e la persistenza in video vengono troppo spesso scambiate per bravura e competenza. Ne diventano un surrogato. E suggeriscono perciò una scorciatoia per far carriera. Più stai in video, più la tua immagine e il tuo nome girano, più hai chance per sembrare brava agli occhi tuoi e degli altri. Lo pensano così in tanti, e si comportano di conseguenza. Ricordo ad esempio una collega che, durante la sua permanenza a Baghdad, ai tempi dell’ultima guerra, mandava il cameraman in giro da solo, al mattino, solo per poter dormire di più, nella speranza (vana) di cancellare i segni delle occhiaie e delle borse sotto gli occhi al collegamento rituale con il suo TG. Dell‘Iraq alla fine vide ben poco, ma riuscì lo stesso a scriverci un libro, che vendette migliaia di copie. Era un volto pubblico, no? E ha avuto la gloria che cercava.

Non tutti, per fortuna, hanno questa smania di apparire. Ci sono grandi inviati che si accontentano di far bene il loro lavoro e si limitano perfino negli stand up, per dare più spazio ai protagonisti delle storie che hanno deciso di raccontare. E ci sono grandi giornalisti che preferiscono raccontare delle storie piuttosto che leggere in video il pastone delle notizie di giornata. E’ il caso ad esempio di John Simpson della BBC o di Gilles Jacquier di France 2, morto putroppo quest’anno in Siria. Sono solo i primi nomi che mi vengono in mente,  di colleghi i cui volti sono molto meno conosciuti, dal grande pubblico, della loro competenza e credibilità.

Non so se la voglia di apparire sia un problema generazionale. Forse, ma solo in parte. E’ vero infatti che le prime generazioni di giornalisti televisivi non badavano più di tanto al look nè sbavavano per andare in video – di Antonio Ferrari, grande inviato RAI di esteri, ci sono pochissime immagini e i suoi cappellini da pescatore erano micidiali – ma è vero anche che è cambiato il contesto, prima ancora della professione. Oggi una “comparsata” in Tv può valere una fortuna, come insegnano le trasmissioni di Maria De Filippi. E allora perchè negarsela, visto che noi in tv ci lavoriamo?  Dateci dunque un posto in prima fila. E pazienza se c’è poi qualcuno che sbaglia un congiuntivo – pare che all’esame di stato, un candidato abbia scritto accelerare con due l, giustificandosi col fatto che in tv “non si sente” la differenza – oppure va in Afghanistan pensando che la capitale sia Karachi. L’importance è apparire. Tutto il resto è noia.

P.S. Scritto alle 17,30. Con questa mia riflessione non intendevo affatto fare del gossip ma evidenziare semmai un trend, all’interno del mondo dell’informazione televisiva, che trovo pernicioso. Lo dico perchè, stando ad alcuni commenti su Facebook, c’è stata una eccessiva personalizzazione del fenomeno – I nomi! Fuori i nomi! - di cui in realtà non mi frega nulla. A me interessa solo discutere di come cambia il mondo del giornalismo – inteso come “macchina” dell’informazione – e di quello che ne mina la credibilità. Per il resto ognuno fa i conti con la propria coscienza.    

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1 Comment

  1. giorgio pacifici

    Parole sante! Abbracci. Giorgio Pacifici

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