Sul giornalismo narrativo

nov 6, 2011 by

Sul giornalismo narrativo

In parte è una reazione al flusso sempre più massiccio di fast news, che informano ma non saziano. Ma è anche una scatto di orgoglio, per chi pensa che raccontare sia un’arte, che non si può ingabbiare nei miseri 140 caratteri imposti da Twitter. Certo è che negli ultimi tempi si assiste al rilancio del giornalismo narrativo, un genere che ha nobili precedenti – da Tom Wolfe a Truman Capote e Hunter S. Thompson – e che proprio nell’era della Rete Partecipativa e di Internet trova nuove ragioni per esistere e andare avanti.                                                                                                                                               

In Francia, ad esempio, sta andando a ruba il primo numero di Feuilleton, rivista trimestrale di non fiction novel, che propone un mix di reportage lunghi, interviste raccolte e racconti inediti di giornalisti e scrittori, soprattutto stranieri. Ci scrivono, fra gli altri, Jonathan Franzen e Nicolai Lilin, ma a me preme segnalare una bella intervista all’inviata di guerra Anne Nivat - disponibile anche nelle versione on line della rivista - di cui ho sempre apprezzato l’approccio al mestiere: Anne evita infatti la “toccata e fuga” di molti inviati e ci tiene invece a fondersi con le popolazioni locali, con cui trascorre mesi e non giorni; il che allunga i tempi di lavoro ma è una garanzia di qualità. Secondo il direttore di Feuilleton, Adrien Bosc, il giornalismo narrativo risponde oggi a una ben precisa esigenza: quella di un pubblico che non si accontenta e anzi è sempre più insoddisfatto di un’informazione troppo formattata e miniaturizzata. 

Ma non c’è solo Feuilleton.  Sempre in Francia vende bene, 45mila copie a numero, il trimestrale XXI, che ai reportage e ai racconti unisce sia le foto che i fumetti. La si può consultare anche da Wikipedia.  Negli Stati Uniti invece, ci sono Byliner e, da qualche mese, a New York, anche The Ghotamist, che offre ben 5000 dollari ai suoi scrittori-collaboratori, per pezzi che vanno dalle 5mila alle 10mila battute. E in Italia? Non c’è granchè. A parte i grandi quotidiani nazionali, che nei loro inserti culturali  ospitano a volte interventi (anche pregevoli) in stile new journalism oppure  non fiction novel, il genere non riesce a marciare su gambe proprie. O almeno così mi pare. L’unico tentativo è stato fatto da Il Reportage,  in edicola già da qualche anno, ma la tiratura è assai modesta -1500 copie – e i risultati al di sotto delle aspettative. E’ stata inoltre lanciata da qualche mese una collana dalla casa editrice “Cronache di Frontiera”, che promette bene. Speriamo.

 

{lang: 'it'}

3 Comments

  1. chiara basso

    in Italia c’era stato il Diario di Deaglio, purtroppo chiuso non so esattamente per quali ragioni, e in Us c’è il New Yorker, che da più di cinquant’anni si iscrive, a mio avviso, in questa linea…non in tutti gli articoli, ma in molti sì…

    • admin

      Grazie Chiara per aver supplito alla mia memoria, che ha dei buchi…Hai ragione. Il New Yorker poi resta il mio preferito. Ed è un peccato -ed un pessimo segno – che l’edizione italiana abbia fatto una brutta fine…

  2. Massimo Colasurdo

    Il tema mi sembra molto sentito, anche grazie ai nuovi dispositivi di lettura digitale che sembrano aver fatto riscoprire il cosiddetto long-form journalism e il giornalismo narrativo. Sì, ricordo anche alcune iniziative americane oltre a quelle citate: The Atavist e gli aggregatori Longform e longreads.

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>