Sulla “casta” dei giornalisti

gen 25, 2012 by

Sulla “casta” dei giornalisti

Francamente, considerare quella dei giornalisti una casta non sta nè in cielo nè in terra.  Basta guardare infatti ai dati che sono stati pubblicati di recente dal gruppo di lavoro di LSDI per avere una radiografia di questa professione che contrasta decisamente con la vulgata che prevale oggi  nell’opinione pubblica. La realtà è semmai quella di una precarizzazione selvaggia, con stipendi  in caduta libera e sempre meno garanzie. Con buona pace di che pensa che i giornalisti siano dei gran privilegiati ed abbiano tutti lo stipendio di Vespa, Santoro o degli editorialisti più blasonati del Corriere della Sera

Stiamo ai dati. Fra i giornalisti che lavorano stabilmente e con regolare contratto il 53% guadagna meno di 50mila euro lordi, il 21 % non supera gli 80mila, il 18% arriva ai 130mila e solo un’esigua minoranza, il 6%, supera i 130mila. Non siamo insomma dei Paperoni - direi - a parte un gruppo molto ristretto.  Non va poi dimenticato che la maggioranza dei giornalisti oggi, per la precisione il 55,7%, è costituita da lavoratori autonomi o parasubordinati – i famigerati CO.CO.CO – con salari troppo spesso sotto il limite della decenza: fra questi ultimi infatti il 54,3% dichiara meno di 5000 euro l’anno, percentuale che sale al 62% fra i freelance; mentre la quota di chi dichiara i redditi più alti. superiori cioè ai 50mila euro, è del 3,3% fra i giornalisti autonomi e del 1,6% fra i CO.CO.CO. 

Altro che casta, dunque. Semmai una corporazione, del tutto inadeguata ai tempi, per svariati motivi. Innanzitutto perchè le regole d’accesso che si è data sono medioevali, esoteriche quanto un rito di iniziazione. E poi perchè gli organismi di categoria – l’Ordine, il Sindacato, la stessa INPGI – non sono più rappresentativi di una professione in rapida evoluzione, lontana ormai anni luce dalla realtà da cui scaturì, nel 1963, l’Ordinamento della professione giornalistica. Lo dimostra il fatto che i giornalisti ferrelance e gli atipici – ormai maggioranza – non abbiano ancora una rappresenza degna di tale nome negli organismi di categoria. E lo conferma la scarsa conoscenza che si ha del giornalismo on line, su cui si fa fatica ad imporre un qualsivoglia sistema di regole, sia deontologiche che sindacali. Stona infine anche il paradosso in base al quale gli iscritti all’Ordine sono 110mila, mentre i giornalisti attivi e “visibili” non superano i 45mila. Cosa vuol dire? Probabilmente, che ci sono migliaia di iscritti, e il riferimento ovvio è ai pubblicisti, che in realtà non fanno i giornalisti: e allora, mi chiedo, che ci stanno a fare in mezzo a noi? Oppure, e le due cose non sono in contraddizione, che c’è un mare di giornalismo “sommerso”, che viene camuffato con contratti di altro tipo, vedi tanti “programmisti-registi” in RAI Il risultato di tutto questo caos è che la qualità dell’informazione cala. Perchè non è certo nel Far West che si può onorare l’articolo 21 della nostra Costituzione.

Magari mi sbaglio, ma se c’è un distacco sempre più allarmante fra i giornalisti e la piazza – c’è, c’è, ed è da qui che nasce la percezione di “privilegi” che magari non ci sono – è anche perchè la nostra categoria non riesce nè a riformarsi nè ad affrontare con coraggio le sfide della modernità. Quello che serve è un nuovo  patto di fiducia con l’opinione pubblica. E l’onere spetta a noi.     

 

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