Sun Tzu, Al Qaeda e la guerra in Mali

gen 17, 2013 by

Sun Tzu, Al Qaeda e la guerra in Mali

“In guerra conta vincere. Lunghe operazioni spuntano le armi e abbattono il morale. In campo militare si è sentito parlare di azioni forse goffe ma veloci, mentre non si è mai visto che un’abile manovra duri a lungo. Non esiste uno stato che tragga profitto da una lunga guerra”. (Sun Tzu)

Hai voglia a dire che non è stata un’invasione ma una guerra giusta. Se poi a dirlo è Bernard Henry -Levy, che fu già il cantore dell’intervento della NATO in Libia,  i dubbi non possono che crescere. E serve a ben poco scomodare  Grozio o San Tommaso. Perchè quello che conta, in guerra, non sono le intenzioni ma le percezioni. E dall’andamento che sembra aver preso ce n’è abbastanza per temere che questa guerra possa trasformarsi nell’ennesima trappola: come lo sono state l’Afghanistan e l’Iraq.

Secondo l’ex “nouveau philosophe” il premier francese François Hollande  “si è deciso a impiegare la forza in extremis; l’ha fatto in pieno accordo con la legalità internazionale, così come formulata dalla Risoluzione del 12 dicembre del Consiglio di sicurezza dell’ONU; si è assicurato che l’operazione avesse ragionevoli possibilità di successo e che il male da essa eventualmente causato sarebbe stato meno grande di quello impedito.” E’ la vulgata a cui tutti i governi occidentali ed i media mainstream si sono piegati. Ma in realtà Henry Levy deforma i fatti e li piega alle scelte (e agli interessi) della Francia. Che però rischia di restare intrappolata a lungo nella sabbia del Sahel, per il semplice fatto che le armi da sole non sono sufficienti a creare una via d’uscita dalla situazione che si è creata in Mali, uno Stato-fallito di cui bisogna ricostruire le istituzioni, affrontando inoltre, una volta per tutte, la questione-tuareg, che ne ha innescato la crisi.                                                                   

“Il meglio del meglio non è vincere cento battaglie su cento, ma bensì sottomettere il nemico senza combattere. La suprema arte militare consiste nell’insediare la altrui strategie; a ciò seguono, nell’ordine, la rottura delle altrui alleanze e l’attacco diretto all’esercito.”  (Sun Tzu)

L’intervento francese ha avuto l’effetto di ricompattare il fronte “islamista”, che negli ultimi mesi ha visto il movimento di Ansar Eddine su posizioni diverse rispetto all’Aqmi e al Mujao. Peccato, forse c’erano dei margini per lavorare su questo dissidio, rafforzando la componente tuareg a danno dei jahidisti. I tre gruppi, che possono contare in realtà solo su qualche migliaio di combattenti, hanno avuto comunque sei mesi per preparare questa guerra annunciata. E sono oggi in grado non solo di farla durare a lungo ma di allargare il conflitto ai Paesi limitrofi, da cui vengono provengono molti dei loro combattenti. Il raid di ieri in Algeria lo dimostra. Ed è assai emblematico che il gruppo che l’ha gestito abbia potuto spostarsi per 600 km con una colonna di diversi veicoli carichi di armi, sfuggendo a tutti i controlli dall’alto. Ha sfruttato un “punto cieco” – si è detto –  e sarà anche vero; ma dimostra una padronanza del terreno della quale è un po’ strano che i generali francesi si stupiscano.

                      “La regola delle azioni belliche prevede i seguenti    terreni:dispersivi, poco importanti, contesi, aperti, di intersezioni, impegnativi, ardui accerchiati e mortali. E’ dispersivo un terreno in cui i signori del luogo si contendono il proprio territorio; è poco importante un terreno su cui non si è penetrati in profondità; è conteso un terreno la cui occupazione è vantaggiosa per entrambi i contendenti; è aperto un terreno su cui entrambi possono andare e venire; é impegnativo un terreno su cui in cui si è penetrati in profondità, lasciandosi alle spalle molti centri fortificati e abitati; è mortale un terreno in cui si sopravvive solo battendosi con accanimento”.

Quella iniziata in Mali è la II Guerra di Libia. Nasce infatti dalla miopia con cui la Nato  e i governi occidentali hanno gestito le operazioni contro Muammar Gheddafi, incuranti del fatto che la caduta del Colonnello avrebbe gioco forza destabilizzato la regione sasaharo-saheliano su cui i suoi petroldollari e i suoi inciuci facevano il bello e il cattivo tempo. Se i generali della Nato si fossero inoltre preoccupati degli strani traffici d’armi che svuotavano gli arsenali libici e rifornivano i gruppi quaedisti operanti in quell’area non ci sarebbe stata né l’offensiva tuareg in Mali né tanto meno la sua deriva islamista. Non è affatto detto, però, che guerra scacci guerra. Anzi. L’esperienza ci dimostra il contrario.

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