Svanito nel nulla

set 17, 2012 by

Svanito nel nulla

Prima che Repubblica lo pre-pensionasse con molta, troppa disinvoltura,  Guido  Rampoldi è stato uno dei migliori inviati di esteri della sua generazione, uno dei pochi in grado di raccontare i fatti e di analizzarli, con passione e competenza. Adesso, a differenza di tanti suoi colleghi che si intestardiscono a non voler uscire di scena – e così facendo rubano il lavoro ai più giovani – ha scelto invece, in punta di piedi e senza sbraitare, con l’eleganza e forse la timidezza che lo hanno sempre contraddistinto, di svanire nel nulla.

E’ svanito nel nulla come il protagonista del suo ultimo romanzo, L’acrobata funesto, uscito a giugno da Feltrinelli.  Svanito nel senso che è passato – “transitato”, immagino che direbbe lui – ad un’altra dimensione, quella dello scrittore, che gli calza decisamente bene e mi consola dal rimpianto di non poter più leggere le sue corrispondenze. Mi era piaciuto anche il suo primo romanzo, La mendicante azzurraper la forza delle sue immagini e soprattutto per l’abilità dimostrata nel trasfigurare uno scenario di guerra complesso come quello afghano senza cedere nulla o quasi all’esotismo di rito, che fa capolino quasi sempre quando si parla di quello sfortunato Paese.

Immagino però che sia stato più divertente per lui scrivere questo suo secondo libro. Che forse ha un avvio un po’ lento ma poi riesce a innalzarsi – no meglio dire a procedere, per evitare equivoci – con grande destrezza – funambolica? No, ci risiamo! – su più registri narrativi,  tutti ben congegnati e tutti assai godibili. C’è una trama, sì, ma si traveste da spy-story internazionale, in un crescendo che spazia fra gli scenari geo-politici del mondo post-comunista e gli ardui dilemmi del complottismo dietrologico, passando per il cinico e spaventoso mondo dei talk-show, là dove il giornalismo o quel che ne resta viene (s)venduto un tanto al chilo. Evito di entrare nel dettaglio per non guastarvi il piacere di leggere. Ci tengo però a dirvi che questo è un libro che non può essere letto tutto d’un fiato, come si beve una birra. E’ un wiskhy, di quelli veri. E va gustato perciò a piccoli sorsi, magari con un bicchiere d’acqua fredda accanto, per smorzarne il retrogusto amaro.

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