Syria Body Count

set 11, 2012 by

Syria Body Count

In questo momento, mentre cioè mi accingo a scrivere, i morti in Siria sono 22.107. E quando avrò finito di scrivere questo post saranno, molto probabilmente, 50 o forse 100 di più. E allora mi chiedo: quanti ancora ne dovranno morire? 10mila, 50mila, 100mila? Quanti prima che i Grandi della Terra (e della regione) si decidano a mettere da parte le loro divergenze geo-politiche e blocchino la mattanza in corso?

Uso la parola mattanza perchè la guerra che si combatte oggi in Siria ha ben poco di una guerra “civile”. Da un lato infatti c’è un popolo che si è ribellato, dopo quarant’anni di oppressione, e dall’altra c’è un regime che non esita a bombardarlo e a radere al suolo le città in cui vive, una dopo l’altra, pur di restare abbarbicato al suo potere. Troppa però è la disparità delle forze in campo, sul piano militare, perchè ci possa essere una vittoria dell’ESL, l’Esercito Siriano Libero, con cui imporre un cambio di regime. Mig 21, elicotteri da combattimento Mi-24 e carri armati T72 contro i kalashnikov rattoppati alla meglio, con l’adesivo da pacchi, e una manciata di RPG: questa è la situazione sul terreno. Come dire: Davide contro Golia, con buona pace di chi avvalora la tesi di un “complotto esterno” contro Bashar al Assad e fantastica sui carichi di armamenti pesanti che l’Occidente e i suoi alleati del Golfo starebbero fornendo ai “ribelli”, per impadronirsi della Siria ultimo-avamposto-dell’anti-imperialismo-in-Medio-Oriente e piegarla ai propri interessi. Balle. Niente di tutto questo trova riscontro nelle corrispondenze dei giornalisti che da Aleppo, Idlib, Homs,  Daraa o Damasco  seguono la guerra in corso. E l’unica certezza è l’altissimo costo in termini di vittime civili che lo scontro militare sta imponendo al Paese, caso unico nel panorama delle “Primavere arabe” che eravamo abituati a conoscere. Il clan degli Assad temo stia cercando di ripetere su scala nazionale ciò che già fece ad Hama, nel 1985.  E l’ESL non solo non ha i mezzi per impedirglielo ma rischia sul medio periodo di alienarsi  il sostegno della popolazione civile se, come ha fatto in luglio, quando ha lanciato il jihad contro il regime, accetta lo scontro militare a tutto campo, in deroga al suo mandato originario, che era di difesa, del territorio e della sua gente.

Quello che serve è rilanciare l’iniziativa politica, a livello internazionale. Serve che l’ONU, l’UE e  gli Stati che sulla Siria stanno giocando il loro ”Risiko” geo-politico escano dall’ombra e si decidano ad agire. A difesa non dei propri interessi ma del popolo siriano e del suo futuro, un futuro di libertà e di democrazia. Subito. Perchè non c’è più tempo.

N.B. Ho deciso di inserire sulla home page del mio blog il Syria Body Count messo a punto dagli amici del sito www.sirialibano.com. Sta lì a ricordare a me e a tutti i lettori che in Siria si continua a morire, giorno dopo giorno. Spero di potrelo levare presto.

 

 

 

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3 Comments

  1. Grazie Amedeo. Non riusciamo ad aggiornare il Syria Body Count in tempo reale, quindi può capitare che per qualche giorno il conto rimanga fisso e poi improvvisamente, come avvenuto stasera dopo l’aggiornamento, il numero delle vittime subisca un’impennata tale da sembrare irreale. Ma è solo colpa del nostro ritardo nel seguire le drammatiche notizie sul terreno.

  2. Carlo

    Però la Turchia le armi le sta mandando…Questo non si può negare, come non si può negare che i Paesi occidentali stiano pagando membri del regime perché lascino il Paese. O sbaglio?

    • admin

      Certo. Arrivano armi, ma sono soprattutto armi leggere (e munizioni). Arrivano dal Libano e dalla Turchia. Negli ultimi mesi sono arrivati anche missili terra-aria, ma il quantitativo è assai modesto e non intacca la superiorità aerea, che garantisce all’esercito di Assad una potenza di fuoco micidiale, attraverso cui gestire in relativa sicurezza lo scontro militare. Non dimenticare, carlo, che in Libia Gheddafi è stato sconfitto SOLO grazie alla no-fly zone imposta dalla NATO e rafforzata con i bombardamenti a tappeto su aeroporti, installazioni militari e centri di comunicazione. Senza questo “aiutino” i ribelli non avrebbero mai ripreso Misurata e non sarebbero mai arrivati a Tripoli.

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