Una buccia di banana per Robert Fisk

ago 31, 2012 by

Una buccia di banana per Robert Fisk

Chiunque sia entrato in questi mesi in Siria con un regolare visto giornalistico sa bene quanto siano sottili, costanti e insidiose le pressioni esercitate dal governo per veicolare la propria narrazione dei fatti relativi alla guerra civile in corso. Provare a svincolarsi è un’impresa vana, perchè, ovunque tu vada, c’è l’ombra di  Assad e dei suoi sgherri che ti segue comunque, anche se fai finta di niente. I siriani lo sanno e si regolano di conseguenza: provano a evitarti – con la cortesia che li contraddistingue – parlano solo se interrogati e ti dicono quasi sempre quello che il regime vuole che si dica, nascondendoti opinioni vere ed emozioni.  A me è rimasto impresso un signore che aveva perso sia la moglie che i due figli in un attentato – quello del 18 maggio – e che invece di disperarsi continuava a ripetermi come un mantra la litania della tv di stato contro il Qatar e il “complotto esterno”. Sembrava un disco incantato. D’altronde, se io ero lì  in quel frangente, se stavo cioè a Damasco e potevo muovermi “liberamente” sul luogo dell’attentato,  poteva voler dire solo che ero un “ospite” del governo. Come dire che con me, dietro di me e da qualche parte, c’erano occhi ed orecchie vigili, pronti ad annotare tutto quello che mi veniva detto.  Il che non vuol dire che fare il cronista sia impossibile. Lo si può fare, senza però dimenticare mai che la libertà è vigilata ed il raggio d’azione limitato.

Immagino che di tutto questo si sia reso conto anche Robert Fisk, che con i suoi 67 anni è il decano dei  giornalisti occidentali che si occupano di Medio Oriente. Da qualche settimana a questa parte Fisk ha accettato l’invito delle autorità di Damasco ed è così, da “embedded“, che sta coprendo la guerra civile in corso. Lo fa egregiamente, come sempre, e non dimentica mai di precisare – diversamente da molti altri colleghi, anche italiani, che pur di scrivere veicolano ad occhi chiusi le veline del regime -  che il suo punto di osservazione non gli consente una visuale completa, anzi, gli preclude spesso la verità o quanto meno una sua parte. E’ un rischio che si può correre – avrà pensato Fisk – a patto di poter andare in giro per la Siria, anche nei posti più “caldi”, e di poter porre liberamente le domande anche più impertinenti a civili e militari. Ha funzionato, direi. Nel senso che dai reportage di Robert Fisk - ad esempio sulla battaglia di Aleppo  - abbiamo ricavato diverse informazioni utili ed interessanti, che ci hanno permesso sia di fare la ”tara” alla propaganda dell’Esercito siriano Libero - un po’ santificato, mi pare, anche grazie all’uso spregiudicato che fa dei social network – sia di capire qual è la strategia del regime, quali i suoi punti di forza e le debolezze.

Sulla strage di Daraya del 25 agosto – 320 morti - Robert Fisk è però scivolato sulla classica buccia di banana. E’ stato infatti il primo giornalista occidentale a giungere sul posto ed ha voluto cimentarsi in un’inchiesta che lui, nella sua posizione di embedded, mai avrebbe dovuto e potuto fare. Non c’erano le condizioni: perchè mai come in questi casi serve poter lavorare in piena indipendenza, prendendosi tutto il tempo che serve per conquistarsi la fiducia della gente del posto e fugare perciò ogni dubbio sui propri “mandanti”. Sì, Fisk si è dato da fare, ha passato al setaccio la versione ufficiale del regime – che ovviamente accusa i ribelli - ha anche fatto qualche intervista alla gente del posto, premurandosi che fossero “al riparo – così almeno dice lui – da orecchie indiscrete” e prendendo nomi e cognomi degli intervistati. Ma alla fine mi pare che questa inchiesta gli sia scoppiata fra le mani. E non sono pochi gli schizzi di fango che gli sono caduti addosso. (Qui il pezzo di Fisk “incriminato”, qui invece le accuse raccolte da Il Foglio, qui infine la versione sulla strage fornita dalla gente del posto).

E’ certamente ingeneroso dare la croce ad un giornalista del calibro di Robert Fisk, che non ha niente da dover dimostrare, a nessuno. Ma forse il punto è un altro. Nell’epoca dei social network e della Rete non ci ci sono più torri d’avorio, nemmeno per i giornalisti. E quindi non c’è modo di occultare i nostri errori e le nostre magagne. Oggi l’opinione pubblica ha la possibilità e gli strumenti per controllare il lavoro che facciamo, criticandolo se è il caso, apertamente. E noi abbiamo il dovere di tenerne conto, difendendo sì le nostre scelte ma senza arroganza e senza snobismo. Sono finiti i tempi che in cui i giornalisti erano gli unici produttori di informazioni. Ed oggi il valore aggiunto che possiamo dare, da professionisti, si misura con altri indicatori, che ci richiedono un rinnovato impegno. In fondo è anche questa la stampa, bellezza.

P.S. Qualcuno obietterà che il mio discorso vale anche per chi copre gli avvenimenti siriani stando con i ribelli dell’ESL. E’ vero ma solo in parte. E non tanto (o non solo) perchè la libertà di movimento di cui beneficiano i giornalisti sia maggiore (e minori le pressioni e il controllo esercitato sulla popolazione civile). Il problema è che le due narrazioni che si contrappongono in questa guerra civile non possono e non devono, in nessun momento,  essere “equiparate”. Non ci può essere par condicio nella copertura degli avvenimenti siriani: da un lato c’è infatti un regime oppressivo, dall’altra una popolazione che si è rivoltata, in nome della libertà, dei diritti civili e della democrazia. Punto e basta.

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3 Comments

  1. alexfaro

    Ricucci x favore smettila di avallare e supportare le solite panzane e bugie che ci propinano quotidianamente i ns cd”media” occidentali,e quelli arabi,come Al-Jazeera ed Al-Arabia,i quali si stanno arrampicando addirittura sugli specchi(visto che sono sempre smentiti dai fatti!)pur di farci credere che i terroristi e tagliagole Salafiti,sia che siano Siriani(pochi)o stranieri(la maggioranza)sono i cd”militanti combattenti”x la “libertà”(sì come no,ma x favore!)del popolo Siriano,il quale,sta in maggioranza con il leggittimo governo formato dalla coalizione del partito Baath e dei suoi alleati,compresi,ma guarda un pò anche ben 2 partiti comunisti,tra gli altri!
    un saluto comunista!
    alexfaro

    • Gerardo Astori

      Riscontro che l’ignoranza continua a fare tanti figli! Ma come si fa a parlare di governo legittimo in Siria e a descrivere il FPN come una coalizione di partiti alleati del Baath, quando è stato creato per dare solo l’impressione del multipartitismo nel 1973! Quanto alla presenza dei comunisti, che ridere, sono quelli che hanno abiurato i loro principi pur d stare al potere, tanto l’ala dissidente di Riyad Turk (vent’anni e più di carcere) si dissociò subito. IGNORANTI CHE NON SIETE ALTRO. Questa democrazia di Internet sta mostrando quanta gente, adatta solo a portare i caffé al bar, si mette di fronte allo schermo e blatera… Alexfaro, fatti una doccia prima di decidere che lavoro fare la mattina. I comunisti, quelli veri, si vergognano di essere associati a gente come te.

      • tommaso baldi

        il comunismo ‘vero’ o ‘finto’ e il fascismo ‘vero’ o ‘finto’ sono ideologie solo teoriche inventate x dividerci. Per quanto riguarda ricucci sono daccordo con alexfaro. ONORE all’ ESERCITO ARABO SIRIANO. I siriani hanno l’orrore di finire nelle mani dei tagliagole finti-jihadisti ma solo-mercenari al soldo del Qatar. Basta Ricucci, B-A-S-T-A!!!

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  1. Daraya, i residenti rispondono a Robert Fisk - SiriaLibano - [...] di Fisk a Daraya è stata ben commentata da Amedeo Ricucci, anche lui in Siria di recente con accredito ...

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