Viaggiare per procura

ago 28, 2012 by

Viaggiare per procura

Forse ha esagerato, sì, attingendo ai racconti di altri e abbellendoli di particolari che inventava di sana pianta. Ma io lo perdono. Per un motivo semplice. Ammesso e non concesso che in Cina non ci sia mai andato – Frances Wood sostiene che al massimo è arrivato a Costantinopoli, dove la sua famiglia gestiva un’impresa commerciale – la verità letteraria dei suoi racconti non mi pare affatto sminuita per via della sua scarsa verità scientifica, su cui peraltro si continua a dibattere.  E in ogni caso, anche ammesso che il tribunale della Storia alla fine debba privarlo del suo titolo, quello attribuito al più grande viaggiatore di tutti i tempi – lasciamolo vacante, per ora – gli andrà sempre dato atto di aver costruito, con impareggiabile maestria, uno spazio di “réverie” condiviso e a cui attingono in tanti, ancora oggi, con sommo piacere.
Parlo ovviamente di Marco Polo, protagonista – assieme ad altri famosi  viaggiatori in pantofole – di un bel libro di Pierre Bayard, Come parlare di luoghi senza esserci mai stato, che offre diverse riflessioni interessanti non solo sul legame che esiste fra letteratura di viaggio e  finzione, ma anche sul viaggio in sé, sui suoi limiti e sulle sue criticità. In questo excursus va detto che il nostro mercante veneziano vi si ritrova in buona compagnia: con personaggi del calibro di Chateaubriand, Margaret Mead ed Edouard Glissant, dei quali va forse rivisto il contributo allo sviluppo delle rispettive discipline, ma che restano personaggi di indubbio valore, anche se i loro racconti di viaggio non possono essere considerati del tutto veritieri. Il problema, infatti, è che il confine fra viaggio e non viaggio, fra verità e finzione, è assai ricco di sfumature. Al punto – sostiene Bayard – che non è affatto necessario spostarsi fisicamente per poter descrivere  con precisione e con passione un luogo dove magari non si è mai stati ma che ha segnato la nostra vita.

Prendiamo il caso di Jayson Blair, inviato del New York Times, che nel 2003 viene accusato di plagio dal suo comitato di redazione per via di un articolo troppo somigliante a quello di un collega. Messo sotto torchio, Blair ammette la sua colpa e rassegna le dimissioni. Ma la cosa non finisce qui, perchè nella sua  autobiografia il giornalista rivela che quella non era affatto la prima volta. Tutt’altro. Da anni, infatti, Blair non si muoveva di casa – complice una brutta dipendenza da alcool e droga – e tutti i suoi articoli da inviato in giro per gli Stati Uniti erano stati costruiti a tavolino, grazie ad uno straordinario ventaglio di trucchi del mestiere. Oh, intendiamoci: Blair non era un volgare scopiazzatore, lui ci metteva l’anima, si documentava con dovizia e aveva il gusto dei dettagli, che ricavava da uno sguardo indiretto ma incredibilmente acuto. E Bayard non a caso lo assolve, ovviamente non sul piano della deontologia e della verità giornalistica, ma su quello, altrettanto importante. della verità letteraria. Perchè “la presenza fisica è solo una delle modalità possibili di presenza, e non necessariamente la più profonda”.

Un libro curioso, insomma, elegante e ricco di stimoli. Un altro modo di viaggiare, sia pure in pantofole.

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2 Comments

  1. Gabriella

    Interessante e controcorrente, lo leggerò senz’altro.

  2. Orlando

    Mi vengono degli atroci dubbi che anche il famoso scritto :”In viaggio con il Moloch” sia stato scritto nel tinello di casa Admin.

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